Qualche
giorno fa parlavo con una mia alunna ed è emerso il tema di Dio, con il
quale – lei si lamentava – non si può avere un rapporto vero, perché
non è “tangibile”. Nella nostra cultura scientista (non scientifica,
perché i grandi scienziati hanno sempre ammesso l’esistenza del mistero)
esiste solo ciò che è sperimentabile, ciò che è esperibile attraverso i
sensi, dimenticando che gran parte di ciò che riteniamo vero lo
crediamo per fiducia in chi ci testimonia qualcosa: credo che questi
siano i miei genitori senza bisogno di fare una prova del DNA, credo che
l’Australia esista nonostante non ci sia mai stato, credo che la
composizione della materia sia molecolare, atomica e subatomica, pur non
avendo mai visto un elettrone in vita mia… La nostra ragione aderisce
alla verità tanto per fiducia quanto per prova diretta dei sensi.
In coincidenza con questa chiacchierata
sulla quale riflettevo in queste ore e riguardo alla quale chiedevo
qualche luce proprio a Dio, un amico mi ha mandato questo raccontino di
tradizione ebraica. Mi è sembrata la risposta di cui avevo bisogno.
C’è un piccolo racconto cassidico in
cui Moshé aiuta una pastore a mungere le pecore. La sera Moshé vedeva
che il pastore prendeva la parte migliore del latte e, riempita una
ciotola, la metteva su un masso al lato del pascolo. Dopo qualche giorno
Moshé chiede al pastore cosa stesse facendo e il pastore gli spiega che
il latte era per Jahvè che la notte veniva a nutrirsi della sua
offerta. Allora Moshé si scandalizza delle parole del pastore, va nel
deserto a pregare, e il giorno dopo spiega al pastore che Javhé è puro
spirito e che pertanto non può venire la notte a bere il suo latte.
“Questa notte nasconditi dietro un cespuglio e guarda bene cosa succede,
vedrai che non è Javhé a bere il tuo latte”. Arriva il buio e, mentre
Moshé è di nuovo nel deserto a pregare, il pastore obbedisce a Moshé e
si accorge che – effettivamente – nel cuore della notte arriva una volpe
che, dopo aver guardato prima a destra e poi a sinistra, va alla
ciotola e lecca il latte. Il mattino dopo Moshé chiede al pastore cosa
sia successo e il pastore gli racconta la verità. Moshé si accorge che
il pastore è molto triste e gli dice: “dovresti essere felice invece:
adesso infatti conosci Jahvé molto meglio di prima perché hai imparato
che è puro spirito”. “Si – risponde il pastore – ma ora tu mi hai tolto
l’unico modo di amarlo che conoscevo”. Allora Moshé, dubbioso da aver
fatto la cosa giusta, torna nel deserto a pregare, e questa volta gli
appare Jahvé che gli dice: “è vero che sono puro spirito ma è anche vero
che ero contento che il pastore facesse felice una mia creatura, la
volpe, che amava tanto quel latte”.
La “sperimentabilità” di Dio passa attraverso le creature.
Addirittura attraverso le cose, persino
un po’ di pane e un po’ di vino, come ricorda la festa per la quale oggi
molti sono in vacanza.
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