sabato 7 aprile 2012

Dio non si tocca


Qualche giorno fa parlavo con una mia alunna ed è emerso il tema di Dio, con il quale – lei si lamentava – non si può avere un rapporto vero, perché non è “tangibile”. Nella nostra cultura scientista (non scientifica, perché i grandi scienziati hanno sempre ammesso l’esistenza del mistero) esiste solo ciò che è sperimentabile, ciò che è esperibile attraverso i sensi, dimenticando che gran parte di ciò che riteniamo vero lo crediamo per fiducia in chi ci testimonia qualcosa: credo che questi siano i miei genitori senza bisogno di fare una prova del DNA, credo che l’Australia esista nonostante non ci sia mai stato, credo che la composizione della materia sia molecolare, atomica e subatomica, pur non avendo mai visto un elettrone in vita mia… La nostra ragione aderisce alla verità tanto per fiducia quanto per prova diretta dei sensi.
In coincidenza con questa chiacchierata sulla quale riflettevo in queste ore e riguardo alla quale chiedevo qualche luce proprio a Dio, un amico mi ha mandato questo raccontino di tradizione ebraica. Mi è sembrata la risposta di cui avevo bisogno.
 
C’è un piccolo racconto cassidico in cui Moshé aiuta una pastore a mungere le pecore. La sera Moshé vedeva che il pastore prendeva la parte migliore del latte e, riempita una ciotola, la metteva su un masso al lato del pascolo. Dopo qualche giorno Moshé chiede al pastore cosa stesse facendo e il pastore gli spiega che il latte era per Jahvè che la notte veniva a nutrirsi della sua offerta. Allora Moshé si scandalizza delle parole del pastore, va nel deserto a pregare, e il giorno dopo spiega al pastore che Javhé è puro spirito e che pertanto non può venire la notte a bere il suo latte. “Questa notte nasconditi dietro un cespuglio e guarda bene cosa succede, vedrai che non è Javhé a bere il tuo latte”. Arriva il buio e, mentre Moshé è di nuovo nel deserto a pregare, il pastore obbedisce a Moshé e si accorge che – effettivamente – nel cuore della notte arriva una volpe che, dopo aver guardato prima a destra e poi a sinistra, va alla ciotola e lecca il latte. Il mattino dopo Moshé chiede al pastore cosa sia successo e il pastore gli racconta la verità. Moshé si accorge che il pastore è molto triste e gli dice: “dovresti essere felice invece: adesso infatti conosci Jahvé molto meglio di prima perché hai imparato che è puro spirito”. “Si – risponde il pastore – ma ora tu mi hai tolto l’unico modo di amarlo che conoscevo”. Allora Moshé, dubbioso da aver fatto la cosa giusta, torna nel deserto a pregare, e questa volta gli appare Jahvé che gli dice: “è vero che sono puro spirito ma è anche vero che ero contento che il pastore facesse felice una mia creatura, la volpe, che amava tanto quel latte”.
La “sperimentabilità” di Dio passa attraverso le creature.
Addirittura attraverso le cose, persino un po’ di pane e un po’ di vino, come ricorda la festa per la quale oggi molti sono in vacanza.

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