mercoledì 25 aprile 2012

Concorso: l'amico animato/1

Concorso: l'amico animato!
Guarda il vido di questa canzone e abbian i personaggi che vedi ad un tuo amico o conoscente!
I più divertenti e originali riceveranno ricchi premi (tra cui un cd con 18 volte questa canzone!).

http://www.youtube.com/watch?v=OZYGhYlIYOg

La sfida di Natalia

Natalia Partyka è una ragazza polacca che il prossimo 27 luglio, guarda caso proprio il giorno in cui è in programma la cerimonia di apertura dei Giochi di Londra 2012, compirà ventitré anni. Natalia è una giocatrice di tennis tavolo mancina per necessità, visto che è priva dalla nascita dell’avambraccio destro. Ha iniziato a praticare questo sport a soli sei anni, sfidando la sorella Sandra. Poi, appena undicenne, ha preso parte alle Paralimpiadi di Sidney del 2000, stabilendo un record di precocità tuttora imbattuto. Alle successive Paralimpiadi di Atene, nel 2004, ha vinto la medaglia d’oro individuale e l’argento a squadre, risultato ottenuto anche nell’edizione di Pechino del 2008. Quattro anni fa Natalia non si è però limitata a partecipare e a vincere delle medaglie nelle gare per “diversamente abili” ma, sorprendendo un po’ tutti, è riuscita a qualificarsi anche per i Giochi Olimpici dei “normodotati”.
    

       «Tutti noi nella vita abbiamo vantaggi e svantaggi – ha raccontato in quei giorni –, io preferisco pensare in positivo: ho gambe molto forti, e non considero un problema il fatto di non avere una mano. Niente è impossibile, bisogna solo crederci». Natalia, che per battere è costretta a lanciare la pallina con l’avambraccio, a Pechino ha ben figurato, ed è entrata nella ristretta cerchia degli atleti che sono riusciti a partecipare sia alle Paralimpiadi sia alle Olimpiadi (fino ad oggi ci sono riusciti solo altri 4 sportivi tra cui la nostra Paola Fantato, specialità tiro con l’arco). Qualche giorno fa, nel torneo europeo di qualificazione a Londra 2012, Natalia è riuscita ancora una volta a conquistare il pass per i Giochi dei “normodotati”, confermandosi come un simbolo della diversa abilità che si fa spazio e riesce a integrarsi con gli altri.


    

sabato 21 aprile 2012

Non accontentarsi

   Che cosa vuol dire oggi essere una famiglia cristiana? Io credo, se posso usare uno slogan, che voglia dire soprattutto una cosa: non accontentarsi.
          Non accontentarsi del sistema economico-commerciale che considera la famiglia soltanto uno strumento nelle mani della mentalità consumistica. Non accontentarsi dell’atmosfera culturale che vede nella famiglia, al più, un reperto del passato, al quale guardare con tenerezza, e un modello inevitabilmente superato da nuove forme di convivenza. Non accontentarsi dei mass media, che spesso prendono in considerazione la famiglia nei suoi aspetti più superficiali, a scopo di divertimento, oppure per farne un teatrino delle nuove nevrosi e delle nuove tendenze morali e sociali. Non accontentarsi di uno Stato che considera la famiglia solo come serbatoio dal quale prelevare risorse economiche e umane, senza mai dare in cambio assistenza e riconoscimento.
Non accontentarsi del modo di vivere delle famiglie stesse, che in molti casi si comportano come agglomerati di persone, prive di senso della comunità.

         
Per non accontentarsi occorre avere una visione alta della famiglia e nutrirla di contenuti, con la testimonianza. Quando dico “alta” non intendo supponente o altezzosa. Intendo consapevole della propria bellezza, del proprio essere espressione e riflesso dell’amore di Dio.
Ecco, la parola centrale è proprio questa: amore.

         
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore”.

         
Mi sembra molto bella ed efficace questa espressione: rimanete nel mio amore. Ecco che cosa deve fare e che cosa deve essere la famiglia cristiana. Se lo si fa, se ci lascia trasportare sulla strada dell’amore, in cambio si riceve tanto: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”.

         
Nessuno, dice il Vangelo, ha un amore più grande di chi da’ la propria vita per i propri amici, per le persone alle quali vogliamo bene. Nella famiglia cristiana l’amore dato e ricevuto è il respiro quotidiano. Non è facile, non viene sempre spontaneo. Ci sono i limiti, c’è la fatica, c’è il peccato. Ma se l’ispirazione di fondo è l’amore, la famiglia cristiana esprime una luce particolare, che la distingue e la rende attraente.

         
Non dobbiamo sentirlo come un peso. La missione dell’amore, anche se umanamente impegnativa, è profondamente liberante: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri”.

         
I genitori cristiani sono chiamati a esprimere e a trasmettere, con fantasia educativa e lasciandosi educare dagli altri (in primo luogo dai figli) il gusto dell’amore donato e ricevuto.
Volere il bene dell’altro, esprimendo così l’amore di Dio per noi, è quanto di più bello e appassionante ci possa succedere. Facciamo vedere la bellezza della fedeltà e dell’indissolubilità. Facciamo vedere che spendersi nel sacrificio non vuol dire condannarsi alla sofferenza ma rendere sacro il rapporto con l’altro.
Tutto ciò significa andare decisamente controcorrente, e anche questa è un’impresa che merita di essere vissuta in pienezza.

         
La formazione continua è una componente decisiva. Non riteniamoci al riparo solo perché ci diciamo, genericamente, credenti. Alimentiamo la nostra fede, confrontiamola con la realtà, restiamo vigili, facciamo funzionare il senso critico. Il cristiano è sereno e mite, ma non è arrendevole e facilone. Il cristiano non si lascia incantare dalle sirene del momento. La sua bussola è la Parola di Dio, è l’esempio di Gesù.

         
La Chiesa è dalla nostra parte, non è un ostacolo sulla strada di un presunto rapporto personale con Dio. Anche in questo caso, occorre testimoniare. Frequentare la Chiesa non come un obbligo, non come una formalità ormai senza significato, ma con gioia, perché da questa frequentazione si ricava la forza per ripartire e si condivide la fede, che non può mai essere un fatto privato.

mercoledì 11 aprile 2012

Cristo è presente, oggi!

Ed ecco, all’alba del giorno dopo il sabato, il sepolcro viene trovato vuoto. Poi Gesù si mostra alla Maddalena, alle altre donne, ai discepoli. La fede rinasce più viva e più forte che mai, ormai invincibile, perché fondata su un’esperienza decisiva: «Morte e vita si sono affrontate / in un prodigioso duello. / Il Signore della vita era morto, / ma ora, vivo, trionfa». I segni della risurrezione attestano la vittoria della vita sulla morte, dell’amore sull’odio, della misericordia sulla vendetta: «La tomba del Cristo vivente, / la gloria del Cristo risorto, / e gli angeli suoi testimoni, / il sudario e le sue vesti».
Cari fratelli e sorelle! Se Gesù è risorto, allora – e solo allora – è avvenuto qualcosa di veramente nuovo, che cambia la condizione dell’uomo e del mondo. Allora Lui, Gesù, è qualcuno di cui ci possiamo fidare in modo assoluto, e non soltanto confidare nel suo messaggio, ma proprio in Lui, perché il Risorto non appartiene al passato, ma è presente oggi, vivo.
Bendetto XVI, Messaggio Urbi et Orbi, Pasqua 2012

sabato 7 aprile 2012

L'attesa del sabato


«Ma siamo tutti inquieti, chi seduto e chi disteso, qualcuno contorto, e dentro di noi c’è un vuoto, un’attesa che ci fa trasalire la pelle nuda». Così finisce il racconto di Pavese. L’attesa è dentro di noi, niente potrà strapparla via. Potremo forse ignorarla, ma non sopprimerla, restiamo inquieti: l’unica cosa che vogliamo sapere è se quell’uomo è risorto e quella resurrezione c’entra con me ora, in questo istante in cui scrivo. Questa è l’unica cosa che attendiamo, se quell’uomo risorge e c’entra con me, ora, l’attesa è finita. Per questo il sabato è il giorno della donna. Di chi sa attendere la vita nove mesi nel suo grembo: è «in dolce attesa» si dice di una donna incinta. Il sabato è il giorno in cui Lei sola attende, solo lei già sa che suo Figlio non ha fallito e può modulare, col cuore spezzato dai dolori di parto del venerdì, il canto perenne della domenica: Amore mio, amore mio, eternità!

Dio non si tocca


Qualche giorno fa parlavo con una mia alunna ed è emerso il tema di Dio, con il quale – lei si lamentava – non si può avere un rapporto vero, perché non è “tangibile”. Nella nostra cultura scientista (non scientifica, perché i grandi scienziati hanno sempre ammesso l’esistenza del mistero) esiste solo ciò che è sperimentabile, ciò che è esperibile attraverso i sensi, dimenticando che gran parte di ciò che riteniamo vero lo crediamo per fiducia in chi ci testimonia qualcosa: credo che questi siano i miei genitori senza bisogno di fare una prova del DNA, credo che l’Australia esista nonostante non ci sia mai stato, credo che la composizione della materia sia molecolare, atomica e subatomica, pur non avendo mai visto un elettrone in vita mia… La nostra ragione aderisce alla verità tanto per fiducia quanto per prova diretta dei sensi.
In coincidenza con questa chiacchierata sulla quale riflettevo in queste ore e riguardo alla quale chiedevo qualche luce proprio a Dio, un amico mi ha mandato questo raccontino di tradizione ebraica. Mi è sembrata la risposta di cui avevo bisogno.
 
C’è un piccolo racconto cassidico in cui Moshé aiuta una pastore a mungere le pecore. La sera Moshé vedeva che il pastore prendeva la parte migliore del latte e, riempita una ciotola, la metteva su un masso al lato del pascolo. Dopo qualche giorno Moshé chiede al pastore cosa stesse facendo e il pastore gli spiega che il latte era per Jahvè che la notte veniva a nutrirsi della sua offerta. Allora Moshé si scandalizza delle parole del pastore, va nel deserto a pregare, e il giorno dopo spiega al pastore che Javhé è puro spirito e che pertanto non può venire la notte a bere il suo latte. “Questa notte nasconditi dietro un cespuglio e guarda bene cosa succede, vedrai che non è Javhé a bere il tuo latte”. Arriva il buio e, mentre Moshé è di nuovo nel deserto a pregare, il pastore obbedisce a Moshé e si accorge che – effettivamente – nel cuore della notte arriva una volpe che, dopo aver guardato prima a destra e poi a sinistra, va alla ciotola e lecca il latte. Il mattino dopo Moshé chiede al pastore cosa sia successo e il pastore gli racconta la verità. Moshé si accorge che il pastore è molto triste e gli dice: “dovresti essere felice invece: adesso infatti conosci Jahvé molto meglio di prima perché hai imparato che è puro spirito”. “Si – risponde il pastore – ma ora tu mi hai tolto l’unico modo di amarlo che conoscevo”. Allora Moshé, dubbioso da aver fatto la cosa giusta, torna nel deserto a pregare, e questa volta gli appare Jahvé che gli dice: “è vero che sono puro spirito ma è anche vero che ero contento che il pastore facesse felice una mia creatura, la volpe, che amava tanto quel latte”.
La “sperimentabilità” di Dio passa attraverso le creature.
Addirittura attraverso le cose, persino un po’ di pane e un po’ di vino, come ricorda la festa per la quale oggi molti sono in vacanza.

Buona Pasqua dalla pastorale giovanile di Reggio Emilia


Le feste pasquali non hanno certo il fascino del Natale, che colora le nostre città di luci e vetrine e le riempie di persone sorridenti e indaffarate. Per cogliere il sapore della Pasqua dobbiamo andare invece fuori dalla città. È la festa della campagna, della natura che risorge dopo la morte del lungo inverno. I suoi colori non sono il luccichio dei neon artificiali, ma il verde prorompente della primavera e l'arcobaleno sgargiante degli alberi in fiori.
Solo nella natura, fuori dalla città, possiamo ritrovare il senso di una festa che non smette di turbarci. Gesù interpreta il folle destino che gli è riservato proprio con una immagine tratta dall'esperienza del contadino: se il chicco di grano caduto in terra non muore rimane solo, se invece muore produce molto frutto.
È quella parole "muore" che ci inquieta e non si lascia in pace. Quell'esperienza drammatica che tentiamo in ogni modo di nascondere alla vista. Quell'epilogo naturale che continuiamo a ritenere una tragica fatalità, come se capitasse solo ad alcuni. È la morte che ci fa paura e ci spaventa ancor prima di arrivare, quando inizia a tracciare sul nostro volto i segni dell'età, che invano tentiamo di occultare nella grottesca smania di un'eterna giovinezza.
La Pasqua vuol dire fare i conti con la morte e con le sue sorelle, la sofferenza, la fragilità, la paura! Che armi abbiamo per combattere questi mostri? Fuggire? Negarli? Fingere che non esistano? Considerarli degli intrusi e tentare di cacciarli via? Vivere spassandosela, finché dura?
L'esperienza di Gesù ci racconta di un'altra possibilità: la fiducia. Gesù si fida di dell'uomo giusto che è diventato, anche se per mantenere la sua integrità, in un mondo di menzogne, il prezzo sarà alto. Gesù si fida del Padre e della missione che ha da compiere e decide di andare fino in fondo. Gesù si fida anche dei suoi discepoli, pur sapendo che uno lo tradirà, un altro negherà di conoscerlo e tutti fuggiranno. Eppure si fida anche di questi e a loro dedica il suo ultimo istante di umana condivisione: quella cena che le comunità cristiane di tutto il mondo continuano a celebrare come il segno della sua presenza.
Gesù si fida, e il sepolcro vuoto la mattina di Pasqua ci dice che quella fiducia aveva senso. Ma solo quando arriviamo lì, davanti a quella tomba eternamente vuota, con in mano gli unguenti per ungere un cadavere che non c'è più, sentiamo il grigiore dell'inverno scaldarsi al sole della primavera che tutto fa risorgere. Buona Pasqua.

domenica 1 aprile 2012

Lo sguardo del credente è di benedizione

Lo sguardo che il credente riceve da Cristo è lo sguardo della benedizione: uno sguardo sapiente e amorevole, capace di cogliere la bellezza del mondo e di compatirne la fragilità. In questo sguardo traspare lo sguardo stesso di Dio sugli uomini che Egli ama e sulla creazione, opera delle sue mani.

Cari giovani, che siete qui convenuti! Questa è in modo particolare la vostra Giornata, dovunque nel mondo è presente la Chiesa. Per questo vi saluto con grande affetto! La Domenica delle Palme sia per voi il giorno della decisione, la decisione di accogliere il Signore e di seguirlo fino in fondo, la decisione di fare della sua Pasqua di morte e risurrezione il senso stesso della vostra vita di cristiani. E’ la decisione che porta alla vera gioia, come ho voluto ricordare nel Messaggio ai Giovani per questa Giornata - «Siate sempre lieti nel Signore» (Fil 4,4).

Benedetto XVI (domenica delle Palme, 1 aprile 2012)