Concorso: l'amico animato!
Guarda il vido di questa canzone e abbian i personaggi che vedi ad un tuo amico o conoscente!
I più divertenti e originali riceveranno ricchi premi (tra cui un cd con 18 volte questa canzone!).
http://www.youtube.com/watch?v=OZYGhYlIYOg
mercoledì 25 aprile 2012
La sfida di Natalia
Natalia
Partyka è una ragazza polacca che il prossimo 27 luglio, guarda caso
proprio il giorno in cui è in programma la cerimonia di apertura dei
Giochi di Londra 2012, compirà ventitré anni. Natalia è una giocatrice
di tennis tavolo mancina per necessità, visto che è priva dalla nascita
dell’avambraccio destro. Ha iniziato a praticare questo sport a soli sei
anni, sfidando la sorella Sandra. Poi, appena undicenne, ha preso parte
alle Paralimpiadi di Sidney del 2000, stabilendo un record di precocità
tuttora imbattuto. Alle successive Paralimpiadi di Atene, nel 2004, ha
vinto la medaglia d’oro individuale e l’argento a squadre, risultato
ottenuto anche nell’edizione di Pechino del 2008. Quattro anni fa
Natalia non si è però limitata a partecipare e a vincere delle medaglie
nelle gare per “diversamente abili” ma, sorprendendo un po’ tutti, è
riuscita a qualificarsi anche per i Giochi Olimpici dei “normodotati”.
«Tutti
noi nella vita abbiamo vantaggi e svantaggi – ha raccontato in quei
giorni –, io preferisco pensare in positivo: ho gambe molto forti, e non
considero un problema il fatto di non avere una mano. Niente è
impossibile, bisogna solo crederci». Natalia, che per battere è
costretta a lanciare la pallina con l’avambraccio, a Pechino ha ben
figurato, ed è entrata nella ristretta cerchia degli atleti che sono
riusciti a partecipare sia alle Paralimpiadi sia alle Olimpiadi (fino ad
oggi ci sono riusciti solo altri 4 sportivi tra cui la nostra Paola
Fantato, specialità tiro con l’arco). Qualche giorno fa, nel torneo
europeo di qualificazione a Londra 2012, Natalia è riuscita ancora una
volta a conquistare il pass per i Giochi dei “normodotati”,
confermandosi come un simbolo della diversa abilità che si fa spazio e
riesce a integrarsi con gli altri.
«Tutti
noi nella vita abbiamo vantaggi e svantaggi – ha raccontato in quei
giorni –, io preferisco pensare in positivo: ho gambe molto forti, e non
considero un problema il fatto di non avere una mano. Niente è
impossibile, bisogna solo crederci». Natalia, che per battere è
costretta a lanciare la pallina con l’avambraccio, a Pechino ha ben
figurato, ed è entrata nella ristretta cerchia degli atleti che sono
riusciti a partecipare sia alle Paralimpiadi sia alle Olimpiadi (fino ad
oggi ci sono riusciti solo altri 4 sportivi tra cui la nostra Paola
Fantato, specialità tiro con l’arco). Qualche giorno fa, nel torneo
europeo di qualificazione a Londra 2012, Natalia è riuscita ancora una
volta a conquistare il pass per i Giochi dei “normodotati”,
confermandosi come un simbolo della diversa abilità che si fa spazio e
riesce a integrarsi con gli altri.
sabato 21 aprile 2012
Non accontentarsi
Che cosa vuol dire oggi essere una famiglia cristiana? Io credo, se
posso usare uno slogan, che voglia dire soprattutto una cosa: non
accontentarsi.
Non accontentarsi del sistema economico-commerciale che considera la
famiglia soltanto uno strumento nelle mani della mentalità consumistica.
Non accontentarsi dell’atmosfera
culturale che vede nella famiglia, al più, un reperto del passato, al
quale guardare con tenerezza, e un modello inevitabilmente superato da
nuove forme di convivenza. Non
accontentarsi dei mass media, che spesso prendono in considerazione la
famiglia nei suoi aspetti più superficiali, a scopo di divertimento,
oppure per farne un teatrino delle nuove nevrosi e delle nuove tendenze
morali e sociali. Non
accontentarsi di uno Stato che considera la famiglia solo come serbatoio
dal quale prelevare risorse economiche e umane, senza mai dare in
cambio assistenza e riconoscimento.
Non accontentarsi del modo di vivere delle famiglie stesse, che in molti casi si comportano come agglomerati di persone, prive di senso della comunità.
Per non accontentarsi occorre avere una visione alta della famiglia e nutrirla di contenuti, con la testimonianza. Quando dico “alta” non intendo supponente o altezzosa. Intendo consapevole della propria bellezza, del proprio essere espressione e riflesso dell’amore di Dio.
Ecco, la parola centrale è proprio questa: amore.
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore”.
Mi sembra molto bella ed efficace questa espressione: rimanete nel mio amore. Ecco che cosa deve fare e che cosa deve essere la famiglia cristiana. Se lo si fa, se ci lascia trasportare sulla strada dell’amore, in cambio si riceve tanto: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”.
Nessuno, dice il Vangelo, ha un amore più grande di chi da’ la propria vita per i propri amici, per le persone alle quali vogliamo bene. Nella famiglia cristiana l’amore dato e ricevuto è il respiro quotidiano. Non è facile, non viene sempre spontaneo. Ci sono i limiti, c’è la fatica, c’è il peccato. Ma se l’ispirazione di fondo è l’amore, la famiglia cristiana esprime una luce particolare, che la distingue e la rende attraente.
Non dobbiamo sentirlo come un peso. La missione dell’amore, anche se umanamente impegnativa, è profondamente liberante: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri”.
I genitori cristiani sono chiamati a esprimere e a trasmettere, con fantasia educativa e lasciandosi educare dagli altri (in primo luogo dai figli) il gusto dell’amore donato e ricevuto.
Volere il bene dell’altro, esprimendo così l’amore di Dio per noi, è quanto di più bello e appassionante ci possa succedere. Facciamo vedere la bellezza della fedeltà e dell’indissolubilità. Facciamo vedere che spendersi nel sacrificio non vuol dire condannarsi alla sofferenza ma rendere sacro il rapporto con l’altro.
Tutto ciò significa andare decisamente controcorrente, e anche questa è un’impresa che merita di essere vissuta in pienezza.
La formazione continua è una componente decisiva. Non riteniamoci al riparo solo perché ci diciamo, genericamente, credenti. Alimentiamo la nostra fede, confrontiamola con la realtà, restiamo vigili, facciamo funzionare il senso critico. Il cristiano è sereno e mite, ma non è arrendevole e facilone. Il cristiano non si lascia incantare dalle sirene del momento. La sua bussola è la Parola di Dio, è l’esempio di Gesù.
La Chiesa è dalla nostra parte, non è un ostacolo sulla strada di un presunto rapporto personale con Dio. Anche in questo caso, occorre testimoniare. Frequentare la Chiesa non come un obbligo, non come una formalità ormai senza significato, ma con gioia, perché da questa frequentazione si ricava la forza per ripartire e si condivide la fede, che non può mai essere un fatto privato.
Non accontentarsi del modo di vivere delle famiglie stesse, che in molti casi si comportano come agglomerati di persone, prive di senso della comunità.
Per non accontentarsi occorre avere una visione alta della famiglia e nutrirla di contenuti, con la testimonianza. Quando dico “alta” non intendo supponente o altezzosa. Intendo consapevole della propria bellezza, del proprio essere espressione e riflesso dell’amore di Dio.
Ecco, la parola centrale è proprio questa: amore.
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore”.
Mi sembra molto bella ed efficace questa espressione: rimanete nel mio amore. Ecco che cosa deve fare e che cosa deve essere la famiglia cristiana. Se lo si fa, se ci lascia trasportare sulla strada dell’amore, in cambio si riceve tanto: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”.
Nessuno, dice il Vangelo, ha un amore più grande di chi da’ la propria vita per i propri amici, per le persone alle quali vogliamo bene. Nella famiglia cristiana l’amore dato e ricevuto è il respiro quotidiano. Non è facile, non viene sempre spontaneo. Ci sono i limiti, c’è la fatica, c’è il peccato. Ma se l’ispirazione di fondo è l’amore, la famiglia cristiana esprime una luce particolare, che la distingue e la rende attraente.
Non dobbiamo sentirlo come un peso. La missione dell’amore, anche se umanamente impegnativa, è profondamente liberante: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri”.
I genitori cristiani sono chiamati a esprimere e a trasmettere, con fantasia educativa e lasciandosi educare dagli altri (in primo luogo dai figli) il gusto dell’amore donato e ricevuto.
Volere il bene dell’altro, esprimendo così l’amore di Dio per noi, è quanto di più bello e appassionante ci possa succedere. Facciamo vedere la bellezza della fedeltà e dell’indissolubilità. Facciamo vedere che spendersi nel sacrificio non vuol dire condannarsi alla sofferenza ma rendere sacro il rapporto con l’altro.
Tutto ciò significa andare decisamente controcorrente, e anche questa è un’impresa che merita di essere vissuta in pienezza.
La formazione continua è una componente decisiva. Non riteniamoci al riparo solo perché ci diciamo, genericamente, credenti. Alimentiamo la nostra fede, confrontiamola con la realtà, restiamo vigili, facciamo funzionare il senso critico. Il cristiano è sereno e mite, ma non è arrendevole e facilone. Il cristiano non si lascia incantare dalle sirene del momento. La sua bussola è la Parola di Dio, è l’esempio di Gesù.
La Chiesa è dalla nostra parte, non è un ostacolo sulla strada di un presunto rapporto personale con Dio. Anche in questo caso, occorre testimoniare. Frequentare la Chiesa non come un obbligo, non come una formalità ormai senza significato, ma con gioia, perché da questa frequentazione si ricava la forza per ripartire e si condivide la fede, che non può mai essere un fatto privato.
mercoledì 11 aprile 2012
Cristo è presente, oggi!
Ed ecco, all’alba del giorno dopo il sabato, il sepolcro viene trovato vuoto.
Poi Gesù si mostra alla Maddalena, alle altre donne, ai discepoli. La fede
rinasce più viva e più forte che mai, ormai invincibile, perché fondata su
un’esperienza decisiva: «Morte e vita si sono affrontate / in un prodigioso
duello. / Il Signore della vita era morto, / ma ora, vivo, trionfa». I segni
della risurrezione attestano la vittoria della vita sulla morte, dell’amore
sull’odio, della misericordia sulla vendetta: «La tomba del Cristo vivente, / la
gloria del Cristo risorto, / e gli angeli suoi testimoni, / il sudario e le sue
vesti».
Cari fratelli e sorelle! Se Gesù è risorto, allora – e solo allora – è avvenuto qualcosa di veramente nuovo, che cambia la condizione dell’uomo e del mondo. Allora Lui, Gesù, è qualcuno di cui ci possiamo fidare in modo assoluto, e non soltanto confidare nel suo messaggio, ma proprio in Lui, perché il Risorto non appartiene al passato, ma è presente oggi, vivo.
Bendetto XVI, Messaggio Urbi et Orbi, Pasqua 2012
Cari fratelli e sorelle! Se Gesù è risorto, allora – e solo allora – è avvenuto qualcosa di veramente nuovo, che cambia la condizione dell’uomo e del mondo. Allora Lui, Gesù, è qualcuno di cui ci possiamo fidare in modo assoluto, e non soltanto confidare nel suo messaggio, ma proprio in Lui, perché il Risorto non appartiene al passato, ma è presente oggi, vivo.
Bendetto XVI, Messaggio Urbi et Orbi, Pasqua 2012
sabato 7 aprile 2012
L'attesa del sabato
«Ma siamo tutti inquieti, chi seduto e chi disteso, qualcuno contorto, e dentro di noi c’è un vuoto, un’attesa che ci fa trasalire la pelle nuda». Così finisce il racconto di Pavese. L’attesa è dentro di noi, niente potrà strapparla via. Potremo forse ignorarla, ma non sopprimerla, restiamo inquieti: l’unica cosa che vogliamo sapere è se quell’uomo è risorto e quella resurrezione c’entra con me ora, in questo istante in cui scrivo. Questa è l’unica cosa che attendiamo, se quell’uomo risorge e c’entra con me, ora, l’attesa è finita. Per questo il sabato è il giorno della donna. Di chi sa attendere la vita nove mesi nel suo grembo: è «in dolce attesa» si dice di una donna incinta. Il sabato è il giorno in cui Lei sola attende, solo lei già sa che suo Figlio non ha fallito e può modulare, col cuore spezzato dai dolori di parto del venerdì, il canto perenne della domenica: Amore mio, amore mio, eternità!
Dio non si tocca
Qualche
giorno fa parlavo con una mia alunna ed è emerso il tema di Dio, con il
quale – lei si lamentava – non si può avere un rapporto vero, perché
non è “tangibile”. Nella nostra cultura scientista (non scientifica,
perché i grandi scienziati hanno sempre ammesso l’esistenza del mistero)
esiste solo ciò che è sperimentabile, ciò che è esperibile attraverso i
sensi, dimenticando che gran parte di ciò che riteniamo vero lo
crediamo per fiducia in chi ci testimonia qualcosa: credo che questi
siano i miei genitori senza bisogno di fare una prova del DNA, credo che
l’Australia esista nonostante non ci sia mai stato, credo che la
composizione della materia sia molecolare, atomica e subatomica, pur non
avendo mai visto un elettrone in vita mia… La nostra ragione aderisce
alla verità tanto per fiducia quanto per prova diretta dei sensi.
In coincidenza con questa chiacchierata
sulla quale riflettevo in queste ore e riguardo alla quale chiedevo
qualche luce proprio a Dio, un amico mi ha mandato questo raccontino di
tradizione ebraica. Mi è sembrata la risposta di cui avevo bisogno.
C’è un piccolo racconto cassidico in
cui Moshé aiuta una pastore a mungere le pecore. La sera Moshé vedeva
che il pastore prendeva la parte migliore del latte e, riempita una
ciotola, la metteva su un masso al lato del pascolo. Dopo qualche giorno
Moshé chiede al pastore cosa stesse facendo e il pastore gli spiega che
il latte era per Jahvè che la notte veniva a nutrirsi della sua
offerta. Allora Moshé si scandalizza delle parole del pastore, va nel
deserto a pregare, e il giorno dopo spiega al pastore che Javhé è puro
spirito e che pertanto non può venire la notte a bere il suo latte.
“Questa notte nasconditi dietro un cespuglio e guarda bene cosa succede,
vedrai che non è Javhé a bere il tuo latte”. Arriva il buio e, mentre
Moshé è di nuovo nel deserto a pregare, il pastore obbedisce a Moshé e
si accorge che – effettivamente – nel cuore della notte arriva una volpe
che, dopo aver guardato prima a destra e poi a sinistra, va alla
ciotola e lecca il latte. Il mattino dopo Moshé chiede al pastore cosa
sia successo e il pastore gli racconta la verità. Moshé si accorge che
il pastore è molto triste e gli dice: “dovresti essere felice invece:
adesso infatti conosci Jahvé molto meglio di prima perché hai imparato
che è puro spirito”. “Si – risponde il pastore – ma ora tu mi hai tolto
l’unico modo di amarlo che conoscevo”. Allora Moshé, dubbioso da aver
fatto la cosa giusta, torna nel deserto a pregare, e questa volta gli
appare Jahvé che gli dice: “è vero che sono puro spirito ma è anche vero
che ero contento che il pastore facesse felice una mia creatura, la
volpe, che amava tanto quel latte”.
La “sperimentabilità” di Dio passa attraverso le creature.
Addirittura attraverso le cose, persino
un po’ di pane e un po’ di vino, come ricorda la festa per la quale oggi
molti sono in vacanza.
Buona Pasqua dalla pastorale giovanile di Reggio Emilia
Solo nella natura, fuori dalla città, possiamo ritrovare il senso di una festa che non smette di turbarci. Gesù interpreta il folle destino che gli è riservato proprio con una immagine tratta dall'esperienza del contadino: se il chicco di grano caduto in terra non muore rimane solo, se invece muore produce molto frutto.
È quella parole "muore" che ci inquieta e non si lascia in pace. Quell'esperienza drammatica che tentiamo in ogni modo di nascondere alla vista. Quell'epilogo naturale che continuiamo a ritenere una tragica fatalità, come se capitasse solo ad alcuni. È la morte che ci fa paura e ci spaventa ancor prima di arrivare, quando inizia a tracciare sul nostro volto i segni dell'età, che invano tentiamo di occultare nella grottesca smania di un'eterna giovinezza.
La Pasqua vuol dire fare i conti con la morte e con le sue sorelle, la sofferenza, la fragilità, la paura! Che armi abbiamo per combattere questi mostri? Fuggire? Negarli? Fingere che non esistano? Considerarli degli intrusi e tentare di cacciarli via? Vivere spassandosela, finché dura?
L'esperienza di Gesù ci racconta di un'altra possibilità: la fiducia. Gesù si fida di dell'uomo giusto che è diventato, anche se per mantenere la sua integrità, in un mondo di menzogne, il prezzo sarà alto. Gesù si fida del Padre e della missione che ha da compiere e decide di andare fino in fondo. Gesù si fida anche dei suoi discepoli, pur sapendo che uno lo tradirà, un altro negherà di conoscerlo e tutti fuggiranno. Eppure si fida anche di questi e a loro dedica il suo ultimo istante di umana condivisione: quella cena che le comunità cristiane di tutto il mondo continuano a celebrare come il segno della sua presenza.
Gesù si fida, e il sepolcro vuoto la mattina di Pasqua ci dice che quella fiducia aveva senso. Ma solo quando arriviamo lì, davanti a quella tomba eternamente vuota, con in mano gli unguenti per ungere un cadavere che non c'è più, sentiamo il grigiore dell'inverno scaldarsi al sole della primavera che tutto fa risorgere. Buona Pasqua.
domenica 1 aprile 2012
Lo sguardo del credente è di benedizione
Lo sguardo che il credente riceve da Cristo è lo sguardo della
benedizione: uno sguardo sapiente e amorevole, capace di cogliere la
bellezza del mondo e di compatirne la fragilità. In questo sguardo
traspare lo sguardo stesso di Dio sugli uomini che Egli ama e sulla
creazione, opera delle sue mani.
Cari giovani, che siete qui convenuti! Questa è in modo particolare la vostra Giornata, dovunque nel mondo è presente la Chiesa. Per questo vi saluto con grande affetto! La Domenica delle Palme sia per voi il giorno della decisione, la decisione di accogliere il Signore e di seguirlo fino in fondo, la decisione di fare della sua Pasqua di morte e risurrezione il senso stesso della vostra vita di cristiani. E’ la decisione che porta alla vera gioia, come ho voluto ricordare nel Messaggio ai Giovani per questa Giornata - «Siate sempre lieti nel Signore» (Fil 4,4).
Benedetto XVI (domenica delle Palme, 1 aprile 2012)
Cari giovani, che siete qui convenuti! Questa è in modo particolare la vostra Giornata, dovunque nel mondo è presente la Chiesa. Per questo vi saluto con grande affetto! La Domenica delle Palme sia per voi il giorno della decisione, la decisione di accogliere il Signore e di seguirlo fino in fondo, la decisione di fare della sua Pasqua di morte e risurrezione il senso stesso della vostra vita di cristiani. E’ la decisione che porta alla vera gioia, come ho voluto ricordare nel Messaggio ai Giovani per questa Giornata - «Siate sempre lieti nel Signore» (Fil 4,4).
Benedetto XVI (domenica delle Palme, 1 aprile 2012)
domenica 18 marzo 2012
Meraviglioso!
Eccoci qua, dopo un lungo tempo di silenzio...
Per chi ha sentito la nostra mancanza e per chi non se ne è accorto, proponiamo questa bellissima canzone di Domenico Modugno, ricantanta dai Negramaro: Meraviglioso.
http://www.youtube.com/watch?v=EikicSEKi4M
E' verò, a volte la vita è talmente difficile che ci viene la tentazione di mollare tutto, di vedere tutto negativo. Le relazioni fanno fatica a decollare, in famigla si litiga a scuola si arranca e non sappiamo più come divertirci, sognare, entusiasmarci. Proprio lì arriva un "angelo vestito da passante" che ci invita a riguardare la nostra vita ed ad accorgerci quanto in realtà tutto intorno a noi, a partire dal creato, paasando dalle persone, sia meraviglioso! Questo è anche il cammino che ci conduce alla Pasqua! Passando attraverso al croce, siamo invitati insieme al nostro Maestro a riscoprire un mondo nuovo, una luce diversa, una speranza rinnovata, una carità sincera per dire: si è vero, la mia vita, la bostra vita è meravigliosa! E questa vita la voglio condividere con gli altri!
Per chi ha sentito la nostra mancanza e per chi non se ne è accorto, proponiamo questa bellissima canzone di Domenico Modugno, ricantanta dai Negramaro: Meraviglioso.
http://www.youtube.com/watch?v=EikicSEKi4M
E' verò, a volte la vita è talmente difficile che ci viene la tentazione di mollare tutto, di vedere tutto negativo. Le relazioni fanno fatica a decollare, in famigla si litiga a scuola si arranca e non sappiamo più come divertirci, sognare, entusiasmarci. Proprio lì arriva un "angelo vestito da passante" che ci invita a riguardare la nostra vita ed ad accorgerci quanto in realtà tutto intorno a noi, a partire dal creato, paasando dalle persone, sia meraviglioso! Questo è anche il cammino che ci conduce alla Pasqua! Passando attraverso al croce, siamo invitati insieme al nostro Maestro a riscoprire un mondo nuovo, una luce diversa, una speranza rinnovata, una carità sincera per dire: si è vero, la mia vita, la bostra vita è meravigliosa! E questa vita la voglio condividere con gli altri!
domenica 5 febbraio 2012
Aspettando la giornata della vita/2
Due modi, anzi uno
Ci
sono due modi di "vivere la vita" e uso l’espressione di proposito.
Perché due modi ci sono per sentirsi viverla e per sentirla vivere:
controllarla o servirla, dominarla o accoglierla, imprigionarla o
amarla. E vale per tutti: dallo scienziato all’insegnante, dalla madre
all’amico. Nella recente commemorazione della Shoah ho riletto alcune
parole di Appelfeld che amo molto: «Nel ghetto e nei campi di
concentramento avevo visto la bassezza, ma anche la generosità degli
uomini. La bassezza era tanta e la generosità poca, ma la mia memoria ha
custodito proprio i momenti chiari e umani nei quali la vittima
superava il suo meschino egoismo e si sacrificava per il prossimo.
Questi pochi momenti non si limitavano a portare luce nell’oscurità:
infondevano in me la fiducia che l’uomo non sia un insetto... Ho fatto
un conto: ogni uomo che si è salvato durante la guerra si è salvato
grazie ad una persona che, in un momento di grande pericolo, gli è
venuta in aiuto. Nei campi di concentramento non abbiamo visto Dio ma
abbiamo visto i giusti. L’antica leggenda ebraica, che dice che il mondo
continua a esistere per merito di pochi giusti, era vera allora come
oggi».
Se ciò è stato vero nell’orrore nazista, vale in momenti della storia meno assurdi, anche se critici e carenti di speranza. La vita è un compito di fronte al quale siamo posti come esseri liberi, di fronte alla vita che emerge, in ogni sua forma, possiamo scegliere: o imprigionarla per usarne o ammirarla e farla fiorire, servendola. Di fronte ad un fiore blu in montagna, incastrato tra le rocce e il ghiaccio posso scegliere: coglierlo per me o incontrarlo, stupirne come un dono da lasciare intatto. Di fronte alla vita di uno studente posso scegliere il controllo perché faccia ciò che voglio, o cercare di capire che unicità è venuto a portare sulla terra e mettermi a fianco, proteggerla, difenderla, sfidarla. Da oggetto da modellare a soggetto ricco di potenzialità. Così faceva mia nonna con le piantine ancora deboli: piantava accanto un bastoncino che le aiutava a crescere dritte, verso la luce del sole. Più una pianta si slancia verso l’alto più rende profonde le radici. Quando le ha affondate nella terra che la nutre abbastanza in fondo da resistere alle intemperie, il bastone sparisce, altrimenti ne limiterebbe la crescita.
Non è una forma di controllo, ma una forma di servizio. All’apparenza ruvido, ingiusto, forse, ma alla fine capace di restituire la pianta a sé stessa, al suo migliore slancio: «Perdonami se ti cerco così / goffamente, dentro / di te / È che da te voglio estrarre / il tuo migliore tu. / Quello che non / vedesti e che io vedo, / immerso nel tuo fondo, preziosissimo. / E afferrarlo / e tenerlo in alto come/ trattiene / l’albero l’ultima luce / che gli viene dal sole» (Pedro Salinas). Davanti a un malato il dottore può scegliere di estirpare o accogliere. Davanti all’embrione lo scienziato può scegliere se congelare o riservare il calore di un grembo. Davanti ad un feto la mamma può scegliere tra la sua vita e la propria vita, tra il controllo della vita del bambino o il dono della propria al bambino.
Davanti alla propria vita un giovane può scegliere: controllare o donare, imprigionarla o servirla. Ma potrà farlo solo se gli adulti che ha vicino gliel’avranno messa sotto gli occhi come qualcosa di amabile e da servire, in sé e negli altri. Emily Dickinson diceva che «non sappiamo la nostra altezza sino a che non siamo chiamati ad alzarci in piedi». Da oggetti a soggetti. Ma avremo noi il coraggio di guardare la vita? Quella vita che tra le ombre emerge, si slancia verso l’alto, a cercare la luce. Avremo noi occhi capaci di vederla? E una volta vista, che cosa sceglieremo: imprigionarla per soddisfare i nostri desideri (che poi non sono altro che desiderio di divorare ciò che c’è aldilà del desiderio stesso), o chinarci a servirla, dovesse costarci la schiena? E la vita la perdiamo di più controllandola o donandola? Lo sanno i giusti. Chiedilo a loro. O al chicco di grano.
Se ciò è stato vero nell’orrore nazista, vale in momenti della storia meno assurdi, anche se critici e carenti di speranza. La vita è un compito di fronte al quale siamo posti come esseri liberi, di fronte alla vita che emerge, in ogni sua forma, possiamo scegliere: o imprigionarla per usarne o ammirarla e farla fiorire, servendola. Di fronte ad un fiore blu in montagna, incastrato tra le rocce e il ghiaccio posso scegliere: coglierlo per me o incontrarlo, stupirne come un dono da lasciare intatto. Di fronte alla vita di uno studente posso scegliere il controllo perché faccia ciò che voglio, o cercare di capire che unicità è venuto a portare sulla terra e mettermi a fianco, proteggerla, difenderla, sfidarla. Da oggetto da modellare a soggetto ricco di potenzialità. Così faceva mia nonna con le piantine ancora deboli: piantava accanto un bastoncino che le aiutava a crescere dritte, verso la luce del sole. Più una pianta si slancia verso l’alto più rende profonde le radici. Quando le ha affondate nella terra che la nutre abbastanza in fondo da resistere alle intemperie, il bastone sparisce, altrimenti ne limiterebbe la crescita.
Non è una forma di controllo, ma una forma di servizio. All’apparenza ruvido, ingiusto, forse, ma alla fine capace di restituire la pianta a sé stessa, al suo migliore slancio: «Perdonami se ti cerco così / goffamente, dentro / di te / È che da te voglio estrarre / il tuo migliore tu. / Quello che non / vedesti e che io vedo, / immerso nel tuo fondo, preziosissimo. / E afferrarlo / e tenerlo in alto come/ trattiene / l’albero l’ultima luce / che gli viene dal sole» (Pedro Salinas). Davanti a un malato il dottore può scegliere di estirpare o accogliere. Davanti all’embrione lo scienziato può scegliere se congelare o riservare il calore di un grembo. Davanti ad un feto la mamma può scegliere tra la sua vita e la propria vita, tra il controllo della vita del bambino o il dono della propria al bambino.
Davanti alla propria vita un giovane può scegliere: controllare o donare, imprigionarla o servirla. Ma potrà farlo solo se gli adulti che ha vicino gliel’avranno messa sotto gli occhi come qualcosa di amabile e da servire, in sé e negli altri. Emily Dickinson diceva che «non sappiamo la nostra altezza sino a che non siamo chiamati ad alzarci in piedi». Da oggetti a soggetti. Ma avremo noi il coraggio di guardare la vita? Quella vita che tra le ombre emerge, si slancia verso l’alto, a cercare la luce. Avremo noi occhi capaci di vederla? E una volta vista, che cosa sceglieremo: imprigionarla per soddisfare i nostri desideri (che poi non sono altro che desiderio di divorare ciò che c’è aldilà del desiderio stesso), o chinarci a servirla, dovesse costarci la schiena? E la vita la perdiamo di più controllandola o donandola? Lo sanno i giusti. Chiedilo a loro. O al chicco di grano.
Alessandro D'Avenia
giovedì 2 febbraio 2012
Aspettando la giornata della vita/1
Donare la vita per un figlio: la storia di Jenny.
Jenni è una ragazza
americana morta di tumore a 17 anni. Jennifer Michelle Lake poteva curarsi ma
non l'ha fatto perché aveva paura di provocare, anche se involontariamente, la
morte del figlio che portava in sé. Niente radioterapia, niente
chemio, per proteggere il piccolo Chad. Che infatti è nato sano come un pesce,
ed è rimasto con la sua giovane mamma per 12 giorni. Poi Jenny è morta. In
un mondo che legittima l'aborto legale, gratuito e sicuro come un diritto
irrinunciabile della donna; in un mondo che esalta la "scelta" della
donna come buona in sé, a prescindere da quale sia; in un mondo in cui abortire
o far nascere è ingannevolmente presentato come una scelta, occultando che
sulla vita innocente nessuna scelta è possibile; in un mondo simile, l'esempio
di Jenni sta toccando molti cuori. «Ho fatto quello che
dovevo fare», ha sempre detto Jenni. C'è un abisso che divide questa vicenda
dal mondo in cui è capitata; un mondo nel quale si calcola che ogni anno
vengano abortiti volontariamente 40 milioni di innocenti. Un abisso infernale,
se si pensa che la quasi totalità di questi delitti vengono consumati per
motivazioni decisamente meno gravi rispetto al dilemma tragico che Jenni si è
trovato davanti: per lei si trattava di scegliere fra la sua vita e quella del
figlio. Di norma, oggigiorno si ricorre all'aborto per molto meno: per un
figlio imprevisto, perché in casa manca una stanza in più, per non intralciare
le scelte di vita e di carriera, perché si è troppo giovani, perché non è il
momento, perché mancano soldi. La condotta di Jenni surclassa l'atteggiamento
mediamente diffuso tra i suoi coetanei o fra le donne che potrebbero esserle,
per età, madri. Jenni ha testimoniato che, se
aspetti un figlio, è normale che vuoi dargli tutta te stessa, vita compresa.
domenica 29 gennaio 2012
Un bel film che lascia tutti senza parole!
Tiziano Ferro canta: http://www.youtube.com/watch?v=DodhKoaQeS4
Vorrei che fosse oggi, in un attimo già domani,
per iniziare per stravolgere tutti i miei piani,
perchè sarà migliore e io sarò migliore,
come un bel film che lascia tutti senza parole.
"Questa vita" ha detto mia madre, "Figlio mio va vissuta!"
Domenica si celebra la giornata della vita, dela vita indifesa, della vita in pericolo, del dono della vita, della meraviglia della vita. L'augurio è che ognuno di noi, ogni giorno, sia migliore del giorno prima, con parole, pensieri e gesti per poter dire: che spettacolo quella vita, vissuta veramente!
Vorrei che fosse oggi, in un attimo già domani,
per iniziare per stravolgere tutti i miei piani,
perchè sarà migliore e io sarò migliore,
come un bel film che lascia tutti senza parole.
"Questa vita" ha detto mia madre, "Figlio mio va vissuta!"
Domenica si celebra la giornata della vita, dela vita indifesa, della vita in pericolo, del dono della vita, della meraviglia della vita. L'augurio è che ognuno di noi, ogni giorno, sia migliore del giorno prima, con parole, pensieri e gesti per poter dire: che spettacolo quella vita, vissuta veramente!
L'autorità di Dio
Spesso per l’uomo l’autorità significa possesso, potere, dominio,
successo. Per Dio, invece, l’autorità significa servizio, umiltà, amore;
significa entrare nella logica di Gesù che si china a lavare i piedi
dei discepoli (cfr Gv 13,5), che cerca il vero bene dell’uomo, che
guarisce le ferite, che è capace di un amore così grande da dare la
vita, perché è Amore.
Benedetto XVI, Angelus del 29/01/12
domenica 22 gennaio 2012
Il più grande tra gli scogli è lo scoraggiamento
Ieri mi sono imbattuta in questo:
“Il più grande tra gli scogli è lo scoraggiamento. Vi sono motivi umani e soprannaturali di fiducia. Il passato, anche il più infelice, può diventare elemento di costruzione per un futuro lucente… Considerate Pietro! Pensate a Paolo! Guardate ad Agostino…”
…e
sinceramente penso a me, alla mia storia, alle fatiche, alle ferite,
alle delusioni, a ciò che la vita mi ha negato e non mi ha dato… Arriva
un giorno in cui ti dici: e allora? Questa non sono IO, è solo il mio
passato, è una parte di me. Ignorarlo? Inutile. Nasconderlo? E’ da stupidi! Affrontarlo? E’ da paura!
Farà indubbiamente paura ma, in fin dei conti, è la sola cosa giusta
da fare: affrontarlo, riconciliarsi, mettere un punto e imparare a
guardare con occhi nuovi e cuore aperto e grato, per scoprire tutto
quel bene nascosto che pur esiste oltre la sofferenza. Mi potrete dire:
“E se non ci fosse? Se la vita avesse solo preso, senza mai dare?”.
Possibile! Chi potrebbe negarlo… E allora si può scegliere comunque chi
essere per il futuro: se continuare a essere per gli altri persone che
tolgono perchè a loro è stato tolto o che donano ciò che essi stessi
non hanno ricevuto… Scegliere: questa è nostra vera possibilità di
vivere!
Oggi penso al giorno in cui con il cuore in lacrime ho detto: “Basta!
Da questo momento le cose devono cambiare, costi quel che costi!”. E
allo scoraggiamento, come vero e proprio ostacolo al vivere pieno, ho
scelto di rispondere con la voglia di sperare, di credere, di investire
energie nella fiducia verso me stessa, gli altri, il mondo e Dio.
Si può sbagliare ancora? Sì! Ma si può anche ricominciare…
Si può cadere e farsi tremendamente male? Sì! Ma ci si può anche rialzare e farsi curare…
Si può notare che tutto il mondo mi sta contro e che alla fine di mezzo ci vado sempre io? Sì! Ma si può anche pensare che la mia è solo una prospettiva possibile…
Ma a questo punto ci si può anche chiedere:
“Si può credere che ognuno di noi può fare la differenza, nella propria vita e sul mondo?”
“Si può credere che ognuno di noi può fare la differenza, nella propria vita e sul mondo?”
Suor Mariangela
mercoledì 18 gennaio 2012
Il mito di Cura
“Mentre Cura stava attraversando un certo fiume, vide del fango argilloso. Lo raccolse pensosa e cominciò a dargli forma. Ora, mentre stava riflettendo su ciò che aveva fatto, si avvicinò Giove. Cura gli chiese di dare lo spirito di vita a ciò che aveva fatto e Giove acconsentì volentieri. Ma quando Cura pretese di imporre il suo nome a ciò che aveva fatto, Giove glielo proibì e volle che fosse imposto il proprio nome. Mentre Giove e Cura disputavano sul nome, intervenne anche Terra, reclamando che a ciò che era stato fatto fosse imposto il proprio nome, perché essa, la Terra, gli aveva dato il proprio corpo. I disputanti elessero Saturno, il Tempo, a giudice, il quale comunicò ai contendenti la seguente decisione: - Tu, Giove, che hai dato lo spirito, al momento della morte riceverai lo spirito; tu, Terra, che hai dato il corpo, riceverai il corpo. Ma poiché fu Cura che per prima diede forma a questo essere, finché esso vive, lo custodisca. Per quanto concerne la controversia sul nome, si chiami homo poiché è stato tratto da humus-”.
Igino, I sec. a.c.
Il racconto affascina; dice tutto il travaglio dell’uomo, di ogni tempo e di ogni luogo, di fronte ai grandi interrogativi della vita ma apre, anche, con forza, una riflessione sul comportamento umano.Igino, I sec. a.c.
Il prendersi cura, infatti, ci fa pensare alla capacità di stabilire relazioni significative tra persone, a relazioni che vadano ben oltre la superficie dell’apparenza o della formalità. Ci porta alla considerazione dei legami e delle relazioni che teniamo con l’altro, il nostro simile, chiunque sia.
“Prendersi cura dell’altro” vuol dire, perciò, “prendersi a cuore” tutto ciò che di bello e di buono è in lui, perché non vada perduto e perché in lui, tutto ciò che ha bisogno di attenzioni, possa essere curato.
domenica 15 gennaio 2012
A scuola di perdono per sconfiggere l'odio
Perdonare chi ci ha fatto del male. Chi ci riesce, vive, chi odia si
macera e muore dentro. Come spiegava già la fulminante genialità di
William Shakespeare: "Serbare rancore equivale a prendere un veleno e
sperare che a morire sia l’altro"... Chi sa amare il nemico, insomma,
traccia il confine tra misericordia e vendetta, ma soprattutto scopre il
segreto per cui, nonostante l’ingiustizia subìta, la vita può ancora
essere un tesoro prezioso anziché un tormento. Un segreto che non è
facile mettere in pratica quando il dolore ci schiaccia, ma che si può
apprendere da chi ci è passato.
Il verso shakespeariano è dunque lo slogan della nuova Università del Perdono, che apre i battenti dopodomani a Rimini presso la "Casa Madre del Perdono", in seno all’associazione "Papa Giovanni XXIII" fondata da don Oreste Benzi e oggi guidata da Paolo Ramonda: un vero e proprio seminario articolato in una serie di incontri mensili, durante i quali esperti e testimoni diretti spiegheranno come si può arrivare a vincere la logica della morte spezzando il circolo vizioso della vendetta e dell’odio. Di quanto oggi ce ne sia bisogno lo dimostra il fatto che le iscrizioni sono state chiuse per "sovraffollamento", dopo che una settantina di persone hanno aderito: «Si tratta di alcune famiglie ma soprattutto di numerose coppie, il che ci ha abbastanza sorpresi – spiega Giorgio Pieri, responsabile della Casa Madre del Perdono e della vicina Casa Madre della Riconciliazione –. Inoltre si sono iscritte singole persone spinte dalla necessità di riuscire a perdonare e riprendere così il normale corso della vita, altrimenti impossibile. Oltre questo numero non potevamo andare, anche perché si tratta, appunto, di una casa, che ospita quindici persone». Le quali, come sempre avviene nelle realtà germogliate dalla santità di don Benzi, sono loro stesse parte di un progetto di amore e misericordia che di retorico non ha nulla: «Sono quindici detenuti comuni agli arresti domiciliari o in affidamento, che da noi scontano la misura alternativa al carcere e hanno la possibilità di rimediare concretamente al loro passato, usufruendo proprio della logica del perdono. Sempre che abbiano voglia di farlo seriamente: il buonismo non ci interessa».
Nelle tante case famiglia di don Benzi sparse per il mondo è normale che l’umanità tutta si incontri in un unico progetto che guarda all’Oltre e supera le barriere del preconcetto, lasciando a tutti quella seconda possibilità che è il senso della speranza propria dei cristiani. «Così anche ai nostri ospiti, che chiamiamo i "recuperandi", proponiamo un percorso educativo molto complesso, affinché non tornino a delinquere. È provato, infatti, che una giustizia repressiva causa una percentuale altissima di recidive, mentre la giustizia riparatoria porta al recupero dei colpevoli». Molti dei recuperandi sono stranieri, spesso di altre religioni, e nessuno chiede loro di convertirsi al cristianesimo, ma «nel percorso che devono accettare se vogliono entrare da noi, e del quale vengono avvisati quando ancora sono in carcere, c’è anche la formazione religiosa: proponiamo loro quei valori che, poiché hanno commesso gravi reati, non conoscono». In tutto ciò è coinvolta la società civile, chiamata così a perdonare i reati che l’hanno colpita e a rispondere con azioni di volontariato. «Lavorare insieme aiutandosi era il motto di don Oreste – continua Pieri – e fa veri miracoli. I cuori induriti spesso si sciolgono a contatto con le vite disabili, ad esempio». I più indifesi, insomma, disarmano anche gli irrecuperabili: «Proprio irrecuperabile sembrava Giuliano, un detenuto inviato da noi perché non si sapeva più come prenderlo. A contatto con Damiano è stato una rivelazione».
Il verso shakespeariano è dunque lo slogan della nuova Università del Perdono, che apre i battenti dopodomani a Rimini presso la "Casa Madre del Perdono", in seno all’associazione "Papa Giovanni XXIII" fondata da don Oreste Benzi e oggi guidata da Paolo Ramonda: un vero e proprio seminario articolato in una serie di incontri mensili, durante i quali esperti e testimoni diretti spiegheranno come si può arrivare a vincere la logica della morte spezzando il circolo vizioso della vendetta e dell’odio. Di quanto oggi ce ne sia bisogno lo dimostra il fatto che le iscrizioni sono state chiuse per "sovraffollamento", dopo che una settantina di persone hanno aderito: «Si tratta di alcune famiglie ma soprattutto di numerose coppie, il che ci ha abbastanza sorpresi – spiega Giorgio Pieri, responsabile della Casa Madre del Perdono e della vicina Casa Madre della Riconciliazione –. Inoltre si sono iscritte singole persone spinte dalla necessità di riuscire a perdonare e riprendere così il normale corso della vita, altrimenti impossibile. Oltre questo numero non potevamo andare, anche perché si tratta, appunto, di una casa, che ospita quindici persone». Le quali, come sempre avviene nelle realtà germogliate dalla santità di don Benzi, sono loro stesse parte di un progetto di amore e misericordia che di retorico non ha nulla: «Sono quindici detenuti comuni agli arresti domiciliari o in affidamento, che da noi scontano la misura alternativa al carcere e hanno la possibilità di rimediare concretamente al loro passato, usufruendo proprio della logica del perdono. Sempre che abbiano voglia di farlo seriamente: il buonismo non ci interessa».
Nelle tante case famiglia di don Benzi sparse per il mondo è normale che l’umanità tutta si incontri in un unico progetto che guarda all’Oltre e supera le barriere del preconcetto, lasciando a tutti quella seconda possibilità che è il senso della speranza propria dei cristiani. «Così anche ai nostri ospiti, che chiamiamo i "recuperandi", proponiamo un percorso educativo molto complesso, affinché non tornino a delinquere. È provato, infatti, che una giustizia repressiva causa una percentuale altissima di recidive, mentre la giustizia riparatoria porta al recupero dei colpevoli». Molti dei recuperandi sono stranieri, spesso di altre religioni, e nessuno chiede loro di convertirsi al cristianesimo, ma «nel percorso che devono accettare se vogliono entrare da noi, e del quale vengono avvisati quando ancora sono in carcere, c’è anche la formazione religiosa: proponiamo loro quei valori che, poiché hanno commesso gravi reati, non conoscono». In tutto ciò è coinvolta la società civile, chiamata così a perdonare i reati che l’hanno colpita e a rispondere con azioni di volontariato. «Lavorare insieme aiutandosi era il motto di don Oreste – continua Pieri – e fa veri miracoli. I cuori induriti spesso si sciolgono a contatto con le vite disabili, ad esempio». I più indifesi, insomma, disarmano anche gli irrecuperabili: «Proprio irrecuperabile sembrava Giuliano, un detenuto inviato da noi perché non si sapeva più come prenderlo. A contatto con Damiano è stato una rivelazione».
Un po' di torcicollo a volte fa bene
Il Dio della Genesi firma la sua promessa con un cielo stellato. Conduce il povero pastore errante fuori dal suo ristretto giro di cose e gli dice: guarda. Questo sono io: ti prometto che ti amo. Guarda. Però esci fuori dal tuo ristretto giro di cose. Siamo ciò che guardiamo. E chi guarda le stelle sente l’eco di una promessa.
In questa giornata in cui i Re Magi raggiungono un bambino per essersi fidati di una stella, vorrei anche io uscire fuori dal mio ristretto giro di cose, da ciò che mi ostino a guardare: le mie sicurezze, le mie paure, i miei fallimenti, le mie illusioni. Oggi è il giorno che porta via le feste. O forse, è il giorno che porta la festa dentro i giorni ordinari che cominciano.
“E quindi uscimmo a riveder le stelle”. Così esce Dante dall’inferno. Così si esce dai propri piccoli o grandi inferni: a costo di un po’ di torcicollo. Per questo siamo fatti, per le stelle, più che per i nostri schermi, esteriori e interiori.
Alessandro D'Avenia
In questa giornata in cui i Re Magi raggiungono un bambino per essersi fidati di una stella, vorrei anche io uscire fuori dal mio ristretto giro di cose, da ciò che mi ostino a guardare: le mie sicurezze, le mie paure, i miei fallimenti, le mie illusioni. Oggi è il giorno che porta via le feste. O forse, è il giorno che porta la festa dentro i giorni ordinari che cominciano.
“E quindi uscimmo a riveder le stelle”. Così esce Dante dall’inferno. Così si esce dai propri piccoli o grandi inferni: a costo di un po’ di torcicollo. Per questo siamo fatti, per le stelle, più che per i nostri schermi, esteriori e interiori.
Alessandro D'Avenia
martedì 10 gennaio 2012
Che spettacolo!
Contemplando il meravigioso spettacolo della natura che ammiriamo in queste ultime mattine ...
http://www.youtube.com/watch?v=0M8ntXzrDTg
http://www.youtube.com/watch?v=0M8ntXzrDTg
domenica 8 gennaio 2012
La gioia di essere figli!
Partiamo dal
nostro essere semplicemente figli: questa è la condizione fondamentale che ci
accomuna tutti. Non tutti siamo genitori, ma tutti sicuramente siamo figli.
Venire al mondo non è mai una scelta, non ci viene chiesto prima se vogliamo
nascere. Ma durante la vita, possiamo maturare un atteggiamento libero nei
confronti della vita stessa: possiamo accoglierla come un dono e, in un certo
senso, “diventare” ciò che già siamo: diventare figli. Questo passaggio segna
una svolta di maturità nel nostro essere e nel rapporto con i nostri genitori,
che si riempie di riconoscenza. E’ un passaggio che ci rende anche capaci di
essere a nostra volta genitori – non biologicamente, ma moralmente.
Anche nei confronti di Dio siamo tutti figli. Dio è all’origine dell’esistenza di ogni creatura, ed è Padre in modo singolare di ogni essere umano: ha con lui o con lei una relazione unica, personale. Ognuno di noi è voluto, è amato da Dio. E anche in questa relazione con Dio noi possiamo, per così dire, “rinascere”, cioè diventare ciò che siamo. Questo accade mediante la fede, mediante un “sì” profondo e personale a Dio come origine e fondamento della nostra esistenza. Con questo “sì” io accolgo la vita come dono del Padre che è nei Cieli, un Genitore che non vedo ma in cui credo e che sento nel profondo del cuore essere il Padre mio e di tutti i miei fratelli in umanità, un Padre immensamente buono e fedele. Su che cosa si basa questa fede in Dio Padre? Si basa su Gesù Cristo: la sua persona e la sua storia ci rivelano il Padre, ce lo fanno conoscere, per quanto è possibile in questo mondo.
Cari amici, questa domenica del Battesimo del Signore conclude il tempo di Natale. Rendiamo grazie a Dio per questo grande mistero, che è fonte di rigenerazione per la Chiesa e per il mondo intero. Dio si è fatto figlio dell’uomo, perché l’uomo diventi figlio di Dio. Rinnoviamo perciò la gioia di essere figli: come uomini e come cristiani; nati e rinati ad una nuova esistenza divina. Nati dall’amore di un padre e di una madre, e rinati dall’amore di Dio, mediante il Battesimo.
Anche nei confronti di Dio siamo tutti figli. Dio è all’origine dell’esistenza di ogni creatura, ed è Padre in modo singolare di ogni essere umano: ha con lui o con lei una relazione unica, personale. Ognuno di noi è voluto, è amato da Dio. E anche in questa relazione con Dio noi possiamo, per così dire, “rinascere”, cioè diventare ciò che siamo. Questo accade mediante la fede, mediante un “sì” profondo e personale a Dio come origine e fondamento della nostra esistenza. Con questo “sì” io accolgo la vita come dono del Padre che è nei Cieli, un Genitore che non vedo ma in cui credo e che sento nel profondo del cuore essere il Padre mio e di tutti i miei fratelli in umanità, un Padre immensamente buono e fedele. Su che cosa si basa questa fede in Dio Padre? Si basa su Gesù Cristo: la sua persona e la sua storia ci rivelano il Padre, ce lo fanno conoscere, per quanto è possibile in questo mondo.
Cari amici, questa domenica del Battesimo del Signore conclude il tempo di Natale. Rendiamo grazie a Dio per questo grande mistero, che è fonte di rigenerazione per la Chiesa e per il mondo intero. Dio si è fatto figlio dell’uomo, perché l’uomo diventi figlio di Dio. Rinnoviamo perciò la gioia di essere figli: come uomini e come cristiani; nati e rinati ad una nuova esistenza divina. Nati dall’amore di un padre e di una madre, e rinati dall’amore di Dio, mediante il Battesimo.
Benedetto XVI
giovedì 5 gennaio 2012
Forza e certezza
Il Signore corregge chi ama, come un padre il figlio prediletto.
(Pr 3,12).
Quanta fatica la vita, quanto pesante il cammino dinanzi. Ogni ora è
carico, ogni carico è frontiera da superare, confine tra giusto e non
dovuto, tra bene da consegnare e male da non fare. Quanto sudore tirarsi
dietro il destino e trasformare il tempo da sopportato in straordinaria
possibilità e sentirlo come luogo d'incontro tra diversi diventati
fratelli per volontà del Padre.
Non raro il grido di chi, provocato dal bagaglio non dovuto, tale
avvertito, risentito sbotti: «Fino a quando?» (Sal 13,2). Paura di non
farcela, rischio di solitudine insopportabile. Ma Padre è parola di
confine tra un dio insensibile e lontano, potente della sua potenza,
straniero al destino dell'uomo, e un Dio amore. Padre è conforto di
esperienza che regge il confronto tra la prova da sopportare e la
compagnia per superarla. Dio, il mio Dio, è Padre che permette il tempo
della fatica, il sudore del cammino ma resta al fianco del figlio finché
la prova sia superata.
Amore di Dio per il suo gregge, carezza tenerissima di Padre: non temere
figlio, oggi si apre la consolazione; comunque vada, passi di gioia o
di dolore, soffi di vittoria o amarezza di sconfitta, comunque vada il
Signore è tuo pastore, nulla mancherà alla speranza, nulla sarà
rischiato senza la forza del Suo braccio, la certezza della sua carezza.
Dal Mattutino del 5 gennaio 2012
Dal Mattutino del 5 gennaio 2012
domenica 1 gennaio 2012
Auguri speciali di un buon 2012
Dal Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2012 di Papa Benedetto XVI
Cari giovani, voi siete un dono prezioso per la società.
Non lasciatevi
prendere dallo scoraggiamento di fronte alle difficoltà e non
abbandonatevi a false soluzioni,
che spesso si presentano come la via più facile per superare i problemi.
Non abbiate paura di impegnarvi, di affrontare la fatica e il
sacrificio, di scegliere le vie che richiedono fedeltà e costanza,
umiltà e dedizione. Vivete con fiducia la vostra giovinezza e quei
profondi desideri che provate di felicità, di verità, di bellezza e di
amore vero! Vivete intensamente questa stagione della vita così ricca e
piena di entusiasmo.
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