Si può morire restando vivi. Si muore in
molti modi e il più diffuso è quello della solitudine causata
dall’assenza di possibilità di raccontare la propria storia, unica e
irripetibile, a qualcuno. Amiamo e vogliamo essere amati perché ci sia
almeno un interlocutore a cui poterla raccontare questa nostra benedetta
vita così grande e fragile. Alcuni giovani muoiono da vivi, per assenza
di racconto. Il mondo che dovrebbe ascoltare le loro vite, quello degli
adulti, giudica la loro tela assurda, prima ancora che tratti e colori
di quella storia si siano potuti dispiegare.
Si muore giovani, e non perché cari agli dei, ma perché disprezzati da loro. Non per una guerra cruenta, ma per mancanza di sguardo: una vocazione, una unicità, per essere ha bisogno di essere percepita.
Si muore giovani, e non perché cari agli dei, ma perché disprezzati da loro. Non per una guerra cruenta, ma per mancanza di sguardo: una vocazione, una unicità, per essere ha bisogno di essere percepita.
La
gioia di vivere – mi hanno insegnato i miei genitori e maestri – non
dipende dal successo, ma dal fatto di occupare il proprio posto nel
mondo, nella fedeltà a quello che siamo chiamati a essere e fare, sulla
base dei nostri talenti e dei nostri limiti, la conoscenza dei quali ha
il suo spazio privilegiato nell’infanzia, nell’adolescenza e nella prima
giovinezza. Ciascuno di noi è la propria vocazione, la propria
chiamata, il proprio compito. Sul tempio di Apollo a Delfi c’era scritto
«Conosci te stesso». Da lì prese le mosse il pensiero occidentale ed è
lì che bisogna guardare per questa crisi che è prima ancora che
economica, una crisi di senso e di identità.
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