Pubblichiamo una riflessione del nostro ormai amico Alessandro D'Avenia (se dice cose belle, non si può non pubblicare!!!!) .... Buona lettura...
«Ho 15 anni e vedo il mondo andare a rotoli. Diamo la colpa a politici,
banchieri... Io sono sicura che la colpa invece è nostra. Ci arrabbiamo
per cose futili, piuttosto che farlo per cose importanti. E sono
davvero arrabbiata... ognuno di noi sta gettando al vento le proprie
speranze, si parla di crisi, recessione, denaro, potere, quando la gente
avrebbe bisogno di sentir parlare un po’ più di amore. Ci stiamo
sottomettendo come animali in cattività, ci scanniamo l’un l’altro, non
siamo più consapevoli dei nostri diritti e ci riesce facile dare la
colpa ad altri. Come mai riusciamo a dare la nostra fiducia a fantocci
che appaiono in tv e non riusciamo a voler bene alle persone che ci
sono accanto? Abbiamo pregiudizi, che ci avvelenano, ci distruggono.
Quello di cui ho bisogno adesso forse sono parole di conforto,
qualcuno che mi dica che andrà tutto bene e invece trovo soltanto
persone che si rassegnano, che credono che la situazione potrà solo
peggiorare. Probabilmente sarà così ma, caro Alessandro, io le mie
speranze non le mollo. Lei cosa pensa che i giovani debbano fare per
farsi valere? Odio la violenza e con questa manipolazione mediatica una
manifestazione pacifica passerebbe inosservata. Conosco ragazzi con
opinioni forti, che ogni giorno provano a farsi valere, siamo tanti,
siamo arrabbiati, ci soffocano le grida in gola e nessuno ci ascolta:
'Tanto siamo solo ragazzi'. Cosa dobbiamo fare?» Cara F., la tua lettera
mi giunge in un momento in cui anche io mi chiedo: cosa posso fare,
posso ancora sperare, a che serve lottare tutti i giorni a scuola,
scrivere, parlare? Anche io, a volte, ho la tentazione di mollare. Poi
però puntuale arriva qualcuno a risvegliarmi dal torpore sottile e
virulento del disfattismo.
In questo caso, insieme alla tua lettera, è stato il discorso di
Benedetto XVI per la Giornata della Pace, nel quale dice che la
questione è educativa e i veri protagonisti i giovani: «Vorrei dunque
presentare il Messaggio in una prospettiva educativa: 'Educare i
giovani alla giustizia e alla pace', nella convinzione che essi, con
il loro entusiasmo e la loro spinta ideale, possono offrire una nuova
speranza al mondo».
Come dici tu: dipende da te e me. Lasciamo perdere quel teatrino di
fantocci e rimbocchiamoci le maniche tu e io: ci saranno due furbi in
meno. Forse non risolveremo molto, e forse ci prenderanno anche in
giro, ma almeno ci potremo guardare allo specchio, sereni.
Io voglio fare il possibile nello spazio che mi è dato adesso: a
scuola, in famiglia, con gli amici, sui giornali, nei libri che scrivo.
«L’educazione è l’avventura più affascinante e difficile della vita.
Educare significa condurre fuori da se stessi per introdurre alla
realtà, verso una pienezza che fa crescere la persona. Tale processo si
nutre dell’incontro di due libertà: la responsabilità del discepolo,
che deve essere aperto a lasciarsi guidare alla conoscenza della
realtà, e quella dell’educatore, che deve essere disposto a donare se
stesso. Per questo sono più che mai necessari autentici testimoni, e
non meri dispensatori di regole e di informazioni; testimoni che
sappiano vedere più lontano degli altri, perché la loro vita abbraccia
spazi più ampi. Il testimone è colui che vive per primo il cammino che
propone».
Vedi, qui siamo in gioco tu e io. Io provo tutti i giorni a donare me
stesso in questa avventura, ed è faticoso, spesso fallimentare, ma so
anche che la pienezza della mia vita viene proprio dal donarsi. Io li
vedo quegli spazi più ampi, ma non in sogno, li vedo realizzarsi giorno
dopo giorno.
S olo l’amore, che tu invochi, è forte come la morte: solo se io provo
ad amare i miei alunni, i miei colleghi, le mie materie, riesco a
sottrarre i miei alunni, colleghi, materie, alla morte a cui siamo tutti
destinati.
E tu? «Anche i giovani devono avere il coraggio di vivere prima di tutto
essi stessi ciò che chiedono a coloro che li circondano». La tua
lettera è già un modo di farlo. Tu, F., non lasciare che quel grido ti
si blocchi in gola, e comincia tu, nella tua scuola, nella tua famiglia,
nel tuo quartiere, insieme ai tuoi amici.
È faticoso essere testimoni, F. A volte mi chiedo chi me lo fa fare, ma
poi penso che ci sei tu: sei tu che me lo fai fare, e fosse anche solo
per te, io ricomincio. E noi due saremo due «sentinelle che aspettano
l’aurora» di un mondo nuovo che, nel nostro piccolo, avremo contribuito a
lasciar crescere.
Senza violenza, ma unendo le forze, cambiando le cose dove possibile e
prendendo anche qualche sberla. L’alternativa è dormire, F.: fregarcene.
Ma che noia è la vita senza ricerca della verità, senza impegnare la
libertà, senza lotta, senza Dio.
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