lunedì 31 ottobre 2011

Nessuna promessa può rimanere incompiuta

Ricordando un campione scomparso all'improvviso, una riflessione sulla morte (siamo anche nei giorni in cui la Chiesa, attraverso le festività di Tutti i Santi e della Commemorazione dei defunti ci invita a riflettere su questo mistero)...

Quando sono entrato in classe poco prima dell’inizio delle lezioni ho trovato i miei ragazzi, i maschi, già in classe. Non erano in giro per i corridoi cercando di sfruttare sino all’ultimo qualche boccata di libertà prima della prigione di sei ore di lezione. Erano seduti e parlavano sottovoce. Ho chiesto cosa fosse accaduto, mi hanno risposto: «Simoncelli». Alcuni di loro il giorno prima  avevano pianto, guardando e riguardando video più volte, quasi a volersela far raccontare bene questa brutta favola.
Mi ha colpito che fossero i maschi della classe, così poco disposti a manifestare i propri sentimenti, e che partecipassero in modo così personale a quel lutto, come si trattasse di un amico. Che cosa c’era sotto? Il loro sconforto andava di là dai confini della morte di uno sportivo impegnato in uno sport pericoloso. Che cosa era accaduto veramente? Nei loro occhi spenti e in qualche parola smozzicata emergeva il punto con evidenza smagliante: una promessa interrotta. Il dramma non era quello della morte, ma quello dell’ingiustizia della vita, se non è eterna.
Simoncelli più che un campione era una promessa di campione. Eravamo tutti in attesa che realizzasse il suo sogno e tifavamo per lui. Ma la morte gli ha fatto lo sgambetto a quella curva. I miei ragazzi non ce l’avevano con la morte, ma con l’ingiustizia della vita se finisce qui e così. Nell’età fatta per decidere per cosa mi gioco la vita, la morte li risvegliava con la sua cruda verità: anche se lo scopri io ti porto via tutto, quando dico io. I miei alunni erano arrabbiati, frustrati, abbandonati. A che serve impegnarsi, professore, se poi finisce così? Anche io covavo quel pensiero, ma contemporaneamente ero salvato da un altro, più profondo e meno emotivo. In fondo Sic non ha subito nessuna ingiustizia. La morte è un fatto della vita, non un’ingiustizia. Sic è morto facendo quello che amava. Se proprio si deve morire, non c’è modo migliore di morire. Se potessi scegliere la mia morte vorrei arrivasse all’improvviso mentre spiego il Paradiso di Dante: morì facendo ciò che amava. Mi sono scoperto libero, grazie al fatto che credo che la morte sia un passaggio non la fine, in my end is my beginning, ma allo stesso tempo non mi voglio perdere la vita e rifiuto Nietzsche che accusava i cristiani di disprezzare la vita, perché puntavano sull’aldilà. No, in my beginning is my end (nel mio inizio c’è la mia fine). Il paradiso c’è e lo voglio proprio perché amo la vita e la vita sa essere amabile.
I miei ragazzi avrebbero dato ragione a Cioran che a proposito della morte scriveva: «Non c’è un altro problema. Non ho fatto niente nella mia vita proprio perché ero al tempo stesso liberato e paralizzato da quel pensiero della morte. Non si può avere un mestiere quando si pensa alla morte, si può soltanto vivere come ho vissuto io, al margine di tutto, come un parassita». Mi permetto di dissentire. Proprio perché c’è la morte voglio vivere fino in fondo ogni secondo della mia vita per ciò e per chi amo. Se fossimo immortali, ci sveglieremmo la mattina e non ci scolleremmo dal letto, consolati dal pensiero di avere a disposizione tutto il tempo che vogliamo. Invece per fortuna la morte ci incalza, ci sfida a sconfiggerla amando, perché l’amore è l’unica forza forte come la morte e solo amando la morte diventa «nostra sora», come la definì un innamorato della Vita. Certo la morte paralizza chi non si aspetta da lei il dono più grande, quello della rinascita a una vita indistruttibile e da perenni innamorati.
Questo sconcertava me e i miei alunni: perché tutti questi sforzi, se poi finisce così. Però ho ribadito loro che proprio perché finisce così non possiamo rimanere paralizzati, è proprio il fatto che Sic fosse una promessa che mostra l’esistenza della vita eterna: nessuna promessa può rimanere incompiuta, nessun amore interrotto, nessuna passione spenta, nessun male non curato, nessuna ingiustizia non riparata.
Ma tutto si gioca nell’aldiqua, che può essere già paradiso. Un brano del Talmud dice: «Se stai piantando un albero e ti dicono che il Messia sta arrivando, prima finisci di piantare l’albero» e Charles Peguy racconta che un giorno Luigi Gonzaga stava giocando a palla con i suoi compagni di seminario. I superiori li interruppero e chiesero cosa avrebbero fatto se di lì a poco, venticinque minuti per l’esattezza, ci fosse stato il Giudizio. Tutti risposero che si sarebbero dedicati a qualche penitenza, preghiera, confessione... Luigi rispose: «Io continuerei a giocare a palla».
Alessandro D'Avenia

venerdì 28 ottobre 2011

Poichè è donando che si riceve!

In occasione del 300 della parrocchia S. Maria Assunta di Villa Sesso
 
Sabato 5 novembre 2011 ore 21:00 presso la parrocchia :
 dedicato a San Francesco d'Assisi

"L'infinitamente piccolo" 
di Angelo Branduardi

NonSoloNote Orchestra
Piccoli cantori di S. Francesco
Corale S. Francesco da Paola (Bagnolo)
Primo Iotti, direttore

giovedì 27 ottobre 2011

Pellegrini della verità, pellegrini della pace

Alcune parole del Papa in occasione della giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo tenutasi oggi, 27 ottobre, ad Assisi insieme a credenti di diverse religioni e non credenti.

Gesù è il re degli anawim, di coloro che hanno il cuore libero dalla brama di potere e di ricchezza materiale, dalla volontà e dalla ricerca di dominio sull’altro. Gesù è il re di quanti hanno quella libertà interiore che rende capaci di superare l’avidità, l’egoismo che c’è nel mondo, e sanno che Dio solo è la loro ricchezza. Gesù è re povero tra i poveri, mite tra quelli che vogliono essere miti. In questo modo Egli è re di pace, grazie alla potenza di Dio, che è la potenza del bene, la potenza dell’amore. E’ un re che farà sparire i carri e i cavalli da battaglia, che spezzerà gli archi da guerra; un re che realizza la pace sulla Croce, congiungendo la terra e il cielo e gettando un ponte fraterno tra tutti gli uomini. La Croce è il nuovo arco di pace, segno e strumento di riconciliazione, di perdono, di comprensione, segno che l’amore è più forte di ogni violenza e di ogni oppressione, più forte della morte: il male si vince con il bene, con l’amore.

mercoledì 26 ottobre 2011

«Violentate e costrette a convertirsi»

Sidra, Tina, Samina, Shazia... La lista è spaventosamente lunga. Ogni anno si aggiungono 700 nuove caselle in cui si susseguono i nomi, i luoghi, le date. Episodi diversi, intrecciati dallo stesso orrore.

Queste donne hanno in comune un’esperienza tremenda: il rapimento, lo stupro selvaggio, l’intento di “normalizzare l’abuso” con un matrimonio forzato. E chi evita quest’ultimo sopruso, deve affrontare la tragedia di vivere nello stesso villaggio col suo aggressore: quasi mai il responsabile viene arrestato e condannato.

In Pakistan, gli abusi contro i cristiani – specie se donne – da parte dei musulmani sono un crimine “invisibile”. Anzi, gli stupri sistematici di ragazzine cristiane sono una strategia pianificata degli integralisti per costringerle a sposare un islamico e, dunque, convertirsi alla fede musulmana. Un caso di “pulizia religiosa”, per usare un termine forte.

A denunciarlo, in un lungo e dettagliato rapporto, è l’Asian Human Rights Commission (Ahrc), organizzazione indipendente con sede a Hong Kong che raggruppa giuristi e attivisti per i diritti umani. Le cifre contenute nello studio sono allarmanti: sono settecento i casi rilevati ogni anno. Molti di più quelli di cui non si hanno notizie. L’ultimo dramma è avvenuto appena due settimane fa, il 12 ottobre. Zubaida Bibi, un’inserviente cristiana impiegata nella fabbrica di un islamico, è stata aggredita dal suo principale.

Zubaida ha cercato di opporsi, per questo l’uomo l’ha sgozzata e lasciata a morire in un bagno di sangue. L’impunità, oltre a favorire il perpetuarsi dei crimini, produce un effetto ulteriore. Secondo l’Ahrc, le violenze «compromettono la convivenza tra fedi diverse a causa della totale assenza dello Stato di diritto» e diventano alla fine un ulteriore elemento di discriminazione verso le minoranze.

L’organizzazione sottolinea come «nessuno, all’interno del sistema giudiziario e nella polizia e perfino nel governo ha il coraggio di fare fronte alle minacce dei gruppi fondamentalisti islamici». Inoltre, prosegue il rapporto, «la situazione è resa peggiore dall’atteggiamento della polizia che si schiera sempre dalla parte dei gruppi islamici e tratta le minoranze come forme inferiori di vita».

Neppure nella provincia del Punjab, quella culturalmente più emancipata e religiosamente più varia, le cristiane sono tutelate. Anzi, proprio qui si registrano i casi più conosciuti di discriminazione che hanno al centro la diversità religiosa, l’arretratezza socio-economica delle minoranze e la difesa ad oltranza di strumenti giuridici nei fatti discriminatori, come la “legge antiblasfemia”.

Per una sua interpretazione parziale è stata condannata a morte Asia Bibi, ora in carcere in attesa dell’appello.

LA metamorfosi

Gregorio Samsa, svegliandosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo. Molti avranno riconosciuto in queste righe l'avvio di uno dei racconti più famosi (e sconcertanti) del Novecento, Die Verwandlung, «la metamorfosi» (1916) di Franz Kafka. La storia è nota. Un commesso viaggiatore si sveglia dopo una notte di incubi e si ritrova trasformato in un ungeheuren Ungeziefer, un insetto enorme e mostruoso. Ripugnante per i suoi stessi familiari, si rassegna a sparire sotto il letto, nutrito di rifiuti e compatito solo dalla vecchia domestica. Un giorno, però, attratto dal suono del violino di sua sorella Grete, osa farsi strada tra i suoi familiari: il padre, però, lo sorprende e gli scaglia contro una mela. Gravemente ferito, ripara sotto il suo letto ove muore poco dopo. La serva, pur commiserandolo, lo getta nella spazzatura. Si chiude, così, una parabola surreale e allucinante, che è anche un'amara rappresentazione di un'esistenza degradata che non incontra pietà né redenzione. L'abbiamo riproposta per un'ulteriore finalità rispetto a quella un po' enigmatica e dura intesa dall'autore. Ci sono momenti della nostra vita in cui ci sentiamo vermi, come si è soliti dire. Ed è forse giusto che si provi questa sensazione soprattutto quando la sequenza delle colpe si è ingrossata, il cuore si è indurito e abbiamo compiuto gesti vergognosi. C'è, però, anche il dramma di chi precipita nell'abisso della depressione e si sente prostrato e avvilito, disperato e abbandonato. C'è, infine, chi è considerato un insetto dalla brutalità altrui, oggetto di un disprezzo aggressivo, incapace di autodifesa. Sono, quindi, molte le iridescenze della «metamorfosi» negativa. Non dimentichiamo, però, che questo termine è in greco quello che descrive anche la «trasfigurazione» di Cristo! C'è, dunque, anche per noi un'altra «metamorfosi» luminosa.
Da Il Mattutino, Avvenire 26/10/2011

lunedì 24 ottobre 2011

PROBLEMA? QUALE PROBLEMA SCUSA?

Vivo in un mondo problematico, in un mondo che mi bombarda, un mondo disperato. Vivo in un paese strano: i problemi sono sotto gli occhi di tutti ma nessuno sembra vedere. A volte mi chiedo se non sia pazzo ma poi mi dicono che questi problemi esistono ma nessuno può farci niente. Niente? Siamo arrivati davvero a questo punto? Ci dobbiamo considerare sconfitti?
No, non penso! Credo invece che facciamo tutti finta di non vedere i problemi perché così viviamo meglio, più sereni, più tranquilli. Si sa “occhio non vede cuore non duole”.
Però il problema c’è. Ma si aspetta, si aspetta e si aspetta.. Si aspetta che si risolva tutto da solo. Che tutto torni come prima. Continuiamo a mettere la testa sotto la sabbia per non sentire. Per non vedere.
Ma Lui ci chiede di far così? Io non lo so, non sono ne un teologo ne un gran cristiano ma non ci vuole un santo per mettersi davanti alla vita e davanti ai problemi con pugni e denti stretti e.. Affrontarla. Si è difficile, è faticoso, impegnativo e tutto quello che vogliamo ma è quello che è chiesto a noi come persone. Ma se fosse così sarebbe troppo, per un semplice uomo, affrontare tutto ciò da solo. Ma noi non siamo soli. No di certo ed è questo che ci rende diversi.
Con questo piccolo “articolo” ho affrontato un problema che sento; inoltre vorrei far pensare su quanto nascondiamo la testa sotto la sabbia e mi piacerebbe che tutti capissero e avessero l’umiltà di guardarsi dentro. Quanto sto fuggendo dai miei problemi? Perché a volte non si rischia di distruggere solo la propria melodia..
Concludo con una frase del vangelo: perché dire le cose con parole d’argento quando ci sono parole d’oro!?!

[12] Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.[13] Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini. [14] Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, [15] né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. 
[16] Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.
                                                   ( Mt  5, 12 - 16 )
Nicola

giovedì 20 ottobre 2011

La misericordia dell'amore di Dio

 Pubblichiamo le immagini prese dai cap 1,2,3, 11 del libro di Osea, sintesi dell'incontro del 18 ottobre sull'amore misericordioso e fedele di Dio.

Immagini fedeltà:
·         Perché son Dio e non uomo”
·         Le renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acor in porta di speranza.
·         A Efraim insegnavo a camminare tenendolo per mano
·         Ti farò mia sposa per sempre
·         Io li seminerò di nuovo
·         Ed egli ruggirà come un leone
·         La terra risponderà con il grano, il vino nuovo e l’olio.
·         Ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia.
·         Per molti giorni starai con me e non ti prostituirai e non sarai di alcun uomo, così anche io mi comporterò con te.

Immagini di infedeltà:
·         figli di prostituzione
·         agli idoli bruciavano incensi
·         la spoglierò tutta nuda e la renderò come quando nacque e la ridurrò ad un deserto
·         i figli d’Israele si rivolgono ad altri dei
·         chiamato a guardare in alto, nessuno sa sollevare lo sguardo.
·         Non-popolo mio e non-amata

Immagini di Misericordia:
·         Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio.
·         Come potrei abbandonarti Efraim?
·         L’attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore.
·         Accorreranno come uccelli dall’Egitto
·         Li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore, ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia
·         Il mio cuore si commuove dentro di me
·         Non darò sfogo all’ardore della mia ira
·         Il mio intimo freme di compassione

Immagine più bella:
·         Mi chiamerai marito mio e non più mio padrone.
·         Mi chinavo su di lui per dargli da mangiare
·         Sono il santo in mezzo a te e non verrò da te nella mia ira
·         Ti fidanzerai con me nella fedeltà
·        
·         Il mio popolo è duro a convertirsi: chiamato a guardare in alto, nessuno sa sollevare lo sguardo.
·         Come potrei abbandonarti Efraim?

 Domande: Pensare ad un Dio che ama fedelmente e ti perdona ti spaventa? Ti conforta? Ti fa sentire piccolo? Come cambia il tuo rapporto con Lui? E la tua preghiera?

mercoledì 19 ottobre 2011

L'abitudine

Ogni giorno un uccello trovava requie sui rami secchi di un albero solitario in mezzo a una pianura desertica. Un giorno passò proprio là una tromba d'aria che coi suoi fulmini incenerì quell'albero. L'uccello fu costretto a volare a lungo. Alla fine, spossato, giunse in una foresta di alberi carichi di frutti. È una mamma che sta leggendo questa favola a un suo bambino, mentre viaggiano di fronte a me su un treno da Roma a Firenze. La morale non è più di tanto esaltante: è quella dell'adagio secondo il quale «non tutti i mali vengono per nuocere». Ma io provo a pensare a qualcos'altro, lasciandomi condurre anch'io dal fascino dell'ascolto di una voce di madre: quell'uccello non avrebbe mai rinunciato alle sue abitudini, alla sicurezza e alla modestia di un'esistenza monotona, se non ci fosse stata quella bufera e quella perdita a prima vista devastante. La tempesta può generare lo scotimento dell'inerzia, fa imboccare il rischio, lasciando alle spalle la routine, la dipendenza e l'assuefazione. È l'aprirsi di un orizzonte inatteso e inaspettato. Nei suoi Colloqui, il grande umanista Erasmo da Rotterdam portava alle estreme conseguenze questa idea: «Non vi è nulla di così assurdo che l'abitudine non renda accettabile». Certo, c'è anche l'aspetto positivo della forza di sopportazione dei mali che l'assuefazione produce. Ma l'elemento più pericoloso che trascina in sé è quello dell'accettazione, della caduta del desiderio di cercare qualcosa di più alto, è il non sospettare che ci sono mete più grandiose da conquistare. Infrangere i fili che legano piedi e mani e avviarsi in un lungo cammino è più faticoso di quanto s'immagini, tant'è vero che lo scrittore francese Courteline scherzava dicendo che «si cambia più facilmente la religione che il caffè»!

lunedì 17 ottobre 2011

Indignati

Le parole e i fatti
Oggi siamo tutti indignati. Lo siamo per le ferite inferte ai romani e a Roma. Per le violenze contro le forze dell’ordine, alle quali va la nostra piena solidarietà. E per il danno a un popolo pacifico che voleva manifestare e si è trovato, suo malgrado, a fare da copertura a gruppi organizzati di violenti, forse anche stranieri.

Le abbiamo viste le mani alzate di chi non voleva scontri, li abbiamo sentiti i cori "fuori, fuori dal corteo" di chi ha cercato invano di espellere le frange di facinorosi. Quanto è accaduto ieri, però, era non solo prevedibile, ma ampiamente previsto. E c’è da chiedersi se non potesse essere meglio prevenuto. Con controlli di polizia mirati, forse. Ma anche interrogandosi se sia ancora il corteo il modo migliore di manifestare, quando i rischi sono così avvertibili.

Perché quelle centinaia di persone che hanno messo a ferro e a fuoco la città eterna sono giovani (e non solo) che hanno pianificato e cercato lo scontro con le forze dell’ordine. Volevano saccheggiare e distruggere, volevano umiliare la polizia e spaventare i cittadini. E non si sono fatti scrupoli neppure di dissacrare una statua della Madonna e un crocifisso. Non s’è trattato dello scoppiare di una rabbia improvvisa, né lo sfogarsi di un disagio sociale. Qui la disperazione vera di chi è disoccupato e la difficile condizione giovanile c’entrano assai poco. Travisati coi caschi e i passamontagna non c’erano gli operai delle aziende che stanno chiudendo, non i laureati che saltano da uno stage a una collaborazione, ma i professionisti della distruzione, assieme a ragazzini carichi di aggressività fine a se stessa, la vita come un videogioco: "tira il sasso al blindato che fa 100 punti". Sotto i vestiti neri, nichilismo e internet sul telefonino.

Ma se la violenza è da isolare e contrastare – senza se e senza ma – c’è tuttavia una risposta che si deve comunque a chi era sceso in piazza a manifestare. Ed è smetterla di alimentare il vuoto con cattiva politica e peggior esempio. Smettiamola di dire che "i giovani hanno ragione", che "non hanno futuro", come ora sostengono tutti, senza però essere conseguenti. Si faccia avanti chi ha proposte concrete per riequilibrare i pesi fra le generazioni, evidenziandone però con chiarezza i costi. Chi muove le leve del potere politico, finanziario, economico non si faccia scudo della retorica e cominci ad agire in modo diverso. La precarietà giovanile, la povertà, le tante forme odierne di ingiustizia sociale assai prima che un problema di condizioni esterne, di leggi, sono frutto delle scelte delle singole persone, delle imprese, dei nostri modelli. Indigniamoci. Anche noi. Anche con noi stessi.

Francesco Riccardi, Avvenire, 16/10/2011

domenica 16 ottobre 2011

Siate segno di speranza

Dobbiamo sempre credere nell'umile potenza della Parola di Dio e lasciare che Dio agisca! [...] Anche se il male fa più rumore , continua ad esserci il terreno buono. 

"Il mondo di oggi ha bisogno di persone che parlino a Dio, per poter parlare di Dio. E dobbiamo anche ricordare sempre che Gesù non ha redento il mondo con belle parole o mezzi vistosi, ma con la sua sofferenza e la sua morte. La legge del chicco di grano che muore nella terra vale anche oggi; non possiamo dare vita ad altri, senza dare la nostra vita".
Benedetto XVI

venerdì 14 ottobre 2011

La fedeltà dell'Amore di Dio


 Riportiamo alcuni spunti dall'incontro di martedì 11 ottobre

Tutta è un’immagine della fedelà di Dio contro l’infedeltà del popolo. In particolare nel profeta Osea questo contrasto è descritto con l’immagine del matrimonio e della prostituzione.

L1 (Os 1, 2-8): 2Quando il Signore cominciò a parlare a Osea, gli disse:"Va', prenditi in moglie una prostituta, genera figli di prostituzione, poiché il paese non fa che prostituirsi allontanandosi dal Signore". 3Egli andò a prendere Gomer, figlia di Diblàim: ella concepì e gli partorì un figlio. 4E il Signore disse a Osea: "Chiamalo Izreèl, perché tra poco punirò la casa di Ieu per il sangue sparso a Izreèl e porrò fine al regno della casa d'Israele. 5In quel giorno io spezzerò l'arco d'Israele nella valle di Izreèl". 6La donna concepì di nuovo e partorì una figlia e il Signore disse a Osea: "Chiamala Non-amata, perché non amerò più la casa d'Israele, non li perdonerò più. 7Invece io amerò la casa di Giuda e li salverò nel Signore, loro Dio; non li salverò con l'arco, con la spada, con la guerra, né con cavalli o cavalieri". 8Quando ebbe svezzato Non-amata, Gomer concepì e partorì un figlio. 9E il Signore disse a Osea: "Chiamalo Non-popolo-mio, perché voi non siete popolo mio e io per voi non sono.

L2 (Os 2, 4-6) 4Accusate vostra madre, accusatela, perché lei non è più mia moglie e io non sono più suo marito! Si tolga dalla faccia i segni delle sue prostituzioni e i segni del suo adulterio dal suo petto; 5altrimenti la spoglierò tutta nuda e la renderò simile a quando nacque, e la ridurrò a un deserto, come una terra arida, e la farò morire di sete.  6I suoi figli non li amerò, perché sono figli di prostituzione.

L3: (Os 2,16-25) 16Perciò, ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. 17Le renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acor in porta di speranza. Là mi risponderà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d'Egitto. 18E avverrà, in quel giorno - oracolo del Signore - mi chiamerai: "Marito mio", e non mi chiamerai più: "Baal, mio padrone". 19Le toglierò dalla bocca i nomi dei Baal e non saranno più chiamati per nome. 20In quel tempo farò per loro un'alleanza con gli animali selvatici e gli uccelli del cielo e i rettili del suolo; arco e spada e guerra eliminerò dal paese, e li farò riposare tranquilli. 21Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell'amore e nella benevolenza, 22ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore. 23E avverrà, in quel giorno - oracolo del Signore - io risponderò al cielo ed esso risponderà alla terra; 24la terra risponderà al grano, al vino nuovo e all'olio e questi risponderanno a Izreèl. 25Io li seminerò di nuovo per me nel paese e amerò Non-amata, e a Non-popolo-mio dirò: "Popolo mio", ed egli mi dirà: "Dio mio"".

L4 (Os 3, 1-3)   1 Il Signore mi disse: "Va' ancora, ama la tua donna: è amata dal marito ed è adultera, come il Signore ama i figli d'Israele ed essi si rivolgono ad altri dèi e amano le schiacciate d'uva". 2Io me l'acquistai per quindici pezzi d'argento e un homer e mezzo d'orzo 3e le dissi: "Per molti giorni starai con me, non ti prostituirai e non sarai di alcun uomo; così anch'io mi comporterò con te".

Osea è il profeta che ha saputo cogliere i rapporti tra Israele e Dio dall’esperienza personale dell’infedeltà della sua donna. Tale esperienza ha assunto valore simbolico e i nomi dei tre figli avuti specificano simbolicamente le conseguenze dell’infedeltà: Izeèl, località nella quale si erano svolte alcune lotte sanguinose nella storia del popolo ebraico; Non-amata, che indica la dolorosa sospensione di ogni sentimento «materno» e «paterno» di Dio per il suo popolo; Non-mio-popolo, che indica l’abbandono del popolo e la condanna di distruzione. Infatti  il popolo di Israele (non a caso il profeta deve prendere una prostituta) ormai aveva preso una deriva dal punto di vista morale estremamente brutta. Tanti erano ritornati a degli usi religiosi di tipo cananeo adorando i famosi Baal che erano le divinità della fertilità. Avevano perso il riferimento a Jahvè, avevano perso il riferimento ad una fede salda, e anche dal punto di vista politico, c’era stata una corruzione.
Izreel era il simbolo dell’appartenenza di Israele a Dio, di un Israele che si prostituiva e di un Dio che comunque gli rimane fedele. Il profeta è il simbolo di Dio che rimane fedele al popolo prostituito e suo figlio diventa il ricordo che il suo popolo continua ad essere suo, continua ad appartenergli, che Dio continua ad avere un legame d’amore con lui.

(Cap 2)Il brano inizia con l’espressione forte: “la attirerò a me” (v. 16) È l’atteggiamento di colui che svia il suo compagno dal retto cammino. Questa espressione assume significato in relazione al momento in cui Dio vuole riconquistare “seducendo” il suo popolo, conducendolo nel DESERTO, perché sperimenti la sua povertà proprio lì dove non ci sono voci, né distrazioni o tentazioni, per arrivare al dialogo primordiale con Dio, affinché Egli parli al suo cuore proprio nel luogo in cui nacque l’Alleanza, per ripetere quindi l’esperienza del fidanzamento, di gioia esplosiva, piena di entusiasmo e di speranza dell’Esodo. Il popolo tornerà alla “terra promessa” attraverso la nuova “porta della speranza”
“in quel giorno” (v. 18) il popolo coglierà la relazione che ha il sapore dell’ETERNITÀ e della DEFINITIVITÀ, in cui JHWH non è più il Dio PADRONE (Mio padrone), ma il Dio-RELAZIONE (Marito mio).
Tutto ciò favorirà un’ALLEANZA (v. 20), che viene rinnovata all’interno del COSMO, dove tutte le creature (“bestie”, “uccelli”, “rettili”) sono espressione di Dio. (dal v. 20) Si esprime la NUZIALITÀ tra Dio ed il suo popolo (la “sposa”), garantita da un’ETERNITÀ (“per sempre”) che Dio assicura attraverso i “doni” che egli, come sposo, fa alla sua amata: giustizia, diritto, benevolenza, amore. Se la sposa custodirà e vivrà di questi doni, arriverà alla conoscenza del Signore (v. 22), che è relazione intima, profonda, che porta a vivere di Dio.  Nel v. 25 abbiamo il totale superamento della situazione di infedeltà idolatrica di 1,4-8: il non amore diventa AMORE e l’infedeltà si trasforma in RELAZIONE SPONSALE tra Dio e Israele.