Da "Il mattutino" a cura di G. Ravasi del 9 agosto 2011
mercoledì 10 agosto 2011
I pesci rossi
I pesci rossi nella palla di vetro nuotavano con uno slancio, un gusto
di inflessioni del loro corpo sodo, una varietà di accostamento a pinne
tese, come se venissero liberi per un grande spazio. Erano prigionieri.
Ma si erano portati dietro in prigione l'infinito.
In una fiera di paese, nel territorio ove sono in vacanza, a sorpresa
trovo ancora in vendita o come premio di non so quale gara alcune bocce
con pesciolini rossi. Non so quanto sia legittimo questo commercio, ma
per me - e penso per non pochi lettori - è come una ventata che mi porta
i profumi e i colori del passato, quando pullulavano questi
mini-acquari che si ottenevano qualora si fosse stati capaci di
inserirvi con un lancio a distanza una pallina da ping pong. Ho così
cercato il romanzo di uno scrittore ormai dimenticato, Emilio Cecchi,
intitolato appunto Pesci Rossi (1920), e ne ho proposto proprio l'inizio
che contiene una riflessione acuta.
Quei pesciolini si muovono con eleganza anche in questo piccolo spazio,
quasi fossero nell'immenso oceano. Sono, in realtà, prigionieri; eppure
essi hanno portato con sé il respiro del mare, delle distese infinite, e
i loro arabeschi di nuoto sono come la memoria di quella libertà che è
rimasta attaccata a loro, anzi, dentro di loro. È facile sciogliere la
metafora. Si può essere condannati su una sedia a rotelle, oppure votati
a un'esistenza monotona e ristretta, o persino relegati in una cella,
ma l'anima può librarsi oltre, nello spazio infinito del cielo, nella
cavalcata della fantasia, nel volo verso altri orizzonti che la lettura o
il pensiero rende possibile. La reclusione è prima di tutto una
questione dello spirito, come lo è la libertà.
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