Dio è amore. E per
amarci non aspetta che siamo noi a compiere il primo passo. Il suo amore non è
una risposta al nostro, così come l’amore di un padre non è la risposta
all’affetto del figlio. Viene prima, quando neanche il figlio sa di essere al
mondo. Per questo l’amore di Dio è l’amore di un Padre che previene, chiama
alla vita, crea il movimento dell’amore: dal Padre al suo Figlio Gesù, da Gesù
a noi, da noi ai fratelli.
Alcune parole rivolte ai giovani croati e di tutto il mondo.
"A
loro ho ripetuto la domanda che Gesù fece ai suoi primi discepoli: “Che cosa
cercate?” (Gv 1,38), ma ho detto loro che Dio li cerca prima e più di
quanto essi stessi cerchino Lui. E’ questa la gioia della fede: scoprire che
Dio ci ama per primo! E’ una scoperta che ci mantiene sempre discepoli, e
quindi sempre giovani nello spirito!"
Primo appuntamento con i ragazzi di Bagnolo verso Madrid.
Per chi è rimasto a casa: si è perso una splendida serata e una formidabile cena (bene bene per li cuochi!)...
Per chi era presente: può dire Me gusta!
Dalla rubrica il Mattutino di Avvenire del 07 giugno.
Quando l'ombra
cresce, è la fine della giornata. Quando il dubbio aumenta, è il tramonto della
religione. In una giornata serena e assolata è sempre emozionante, qui a Roma, vedere
stendersi sul profilo del Cupolone l'ombra del crepuscolo. Prima è tenue e
lascia emergere il disegno armonico dei costoloni, delle aperture, del
pinnacolo supremo; poi tutto si cancellerebbe nell'indistinto dell'oscurità, se
non ci fosse l'irrompere dei fari elettrici. È, questa del tramonto, una
metafora che Victor Hugo, il celebre autore francese, nella frase citata
applicava alla vicenda della fede. Proprio
perché credere non ha l'evidenza automatica di un teorema, ma è un'adesione
intima a una verità e a una persona, Dio, è naturale che la fede sia alonata
dal dubbio. Anche il cuore di Abramo, mentre saliva l'erta del monte Moria
sentendo echeggiare nella mente lo sconcertante imperativo divino sul
sacrificio del figlio, doveva certamente essere striato di tenebra. C'è,
quindi, un dubbio sano o almeno fisiologico: «È men male agitarsi nel dubbio,
che riposar nell'errore», diceva Alessandro Manzoni. Il pericolo è quando il
dubitare si trasforma lentamente in un sudario nero che dilaga dispiegandosi su
tutta la mente e il cuore. Ciò che sta sotto scompare e si dissolve nel buio
dell'incredulità o dell'indifferenza. In italiano, quando una cosa è certa,
diciamo: «Non c'è ombra di dubbio». Tuttavia, sopra abbiamo detto che ci può essere un dubbio naturale nel
credere e nell'amare: esso è, in verità, domanda e richiesta di fronte a una
realtà vivente e non statica, personale e non matematica. Il rischio è
quando il dubbio si allarga e diventa scetticismo radicale e universale. I due estremi da evitare, perciò, sono
questi: non dubitare di niente e dubitare di tutto. E questa è una legge
che può riguardare tutto il nostro pensare, agire e vivere.
Anche se sembra lungo potete benissimo
leggerlo e commentare.
Cari membri di questo blog, è un po’
che volevo scrivere qualcosa sul “dialogo” ma solo adesso ho trovato la forza
di farlo perché in questi mesi ho appurato certe cose molto significative.
Il dialogo ultimamente è un po’
bistrattato. Il dialogo, come dice la parola stessa, è un parlare (cif. Greco
“logos”) attraverso (cif. Greco “dia”) e
quindi prevede uno scambio di parole, idee, interessi con uno o più persone.
Ultimamente possiamo dire che la tendenza è quella di eliminare l’altro dal
discorso. Basta guardare la televisione; nei talk show e nei programmi dove c’è
la possibilità di dire la propria opinione non si capisce più niente. Le urla,
le offese e gli insulti prevalgono sul
dialogo. Purtroppo è attraverso questo fenomeno che si arriva a un dialogo con
sé stessi e una sorta di autoconvinzione creata ad alta voce. E’ come dialogare
con il proprio eco in vetta ad una montagna. L’altro assume una funzione
superflua, quasi decorativa. E la televisione è lo specchio della vita. Anche
nella quotidianità, le semplici discussioni diventano vere e proprie guerre di
egocentrismo. Quello che non è mio è considerato sbagliato e l’altro che pensa
diversamente da me viene escluso.
Perché? Riflettiamo. L’uomo
rifiuta il diverso. Questo non succede solo nelle manifestazioni di xenofobia o
di immigrazione: questi sono solo alcuni esempi più eclatanti perché interessano una comunità di cittadini. Il
diverso emerge anche nella nostra vita quotidiana quando ci immettiamo in
semplici discussioni e non ne usciamo perché l’altro ci sembra un muro su cui
noi ci possiamo solo sbattere e non appoggiare.
Questo deriva tutto dall’estremismo:
esso ci indottrina in maniera sbagliata perché ci porta all’esclusione di idee
differenti e che procedono solo in un’unica direzione.
L’estremismo ideologico è contrario al
dialogo così ché, su di esso, si sono caratterizzati i sistemi dittatoriali di
tutte le epoche, come il Nazismoo il
Comunismo. Avere idee estremiste non porta all’apertura verso l’altro ma alla
chiusura e all’insistere sulle proprie convinzione. Tutto ciò non invita a
indagare sulla salute dei concetti su cui ci basiamo.
Il contrario di estremismo è l’essere
eclettico ovvero l’insieme di idee diverse tra di loro.
Per sconfiggere le ideologie estremiste
bisogna e quindi ritornare al dialogo bisogna essere eclettici ovvero scegliere
il proprio essere su idee provenienti da diversi correnti di pensiero che non
devono per forza essere filosofiche o politiche.
Solo se si apre la mente a tutto, anche
a ciò che riteniamo sbagliato, saremo capaci di avere una personalità solida e
non conforme alle ideologie. Solo se sottoponiamo le idee ad una seria analisi
concettuale potremo ritenere sbagliato un concetto. Mai escludere a priori
qualcosa perché anche dall’idea più infima e triste c’è qualcosa di giusto
(eccetto casi particolari).Io stabilisco il mio modo d’ essere in base alla mia
coscienza non in base a quella di altri.
Il processo di aderenza ad una
filosofia o a una politica è il risultato finale di una nostra personale
coscienza di convinzioni. Non il contrario. Non si parte da correnti già fatte
e confezionate per crearne la propria. Si parte da quello che sento per poi
informarmi e aderire, anche passivamente, ad una idea già creata. Questo lo
dice anche San Paolo nella lettera ai Romani “e non abbracciate la logica di questo tempo
ma trasformatevi attraverso un rinnovamento della mente perché possiate
discernere cosa è volontà di Dio, ciò che è buono, gradito e perfetto”.
Questo vale anche per
coloro che non hanno la fede in Dio. A costoro basta sostituire la parola “Dio”
con “io”. Il risultato è identico; cambia solo il destinatario. Il credente
cerca di fondare la propria conoscenza e la propria coscienza sulla teologia e
l’etica della propria religione, mentre l’ateo e l’agnostico su un semplice
senso civico. L’errore nel quale si può incorrere è credere che il credente sia
succube della propria religione. Non è così. Come cristiano sono felice di
avere una teologia e un’etica che mi viene fornita perché, sulla base di essa,
io costruisco la mia personalità che non deve prescindere da essa. Ciò che la
mia Chiesa fa non è un impormi la sua dottrina, ma è darmi un punto di
partenza,una strada e una metodo attraverso il quale scegliere. Attenzione a
non valutare la dottrina della Chiesa come un semplice punto di partenza. Essa
è anche la parte centrale e la fine della mia idea. E’ chiaro che ci sono
concetti su cui ci si può trovare in disaccordo e ciò non è un dramma perché
Dio ci dà la libertà di scegliere. Ma per scegliere ci vuole una conoscenza
adeguata e ben costruita.
Trovare un’idea, un
concetto generale non è difficile. Il mondo per fortuna dà la possibilità di
spunto.
Un percorso, avente come
meta la creazione di una propria idea, è il sentimento del reagire davanti agli
eventi quotidiani. E’ inevitabile! Per forza provo un sentimento che può avere
una natura differente come l’amore o l’odio. Davanti a questo allora io
comincio a pensare, a collegare cause e conseguenze in modo da creare una mappa
del mio pensiero.
In secondo luogo avviene la
condivisione costruita ed eclettica ovvero aperta a qualunque pensiero giunga a
me. La condivisione, per tornare al discorso iniziale, non è accusa ma è
crescita insieme perché accolgo come prezioso l’indicazione, il suggerimento,
il contenuto dell’idea del mio interlocutore.
Rende di più un dialogo o
una barbara aggressione verbale? A voi la scelta o come si dice da noi la
“selta”? Buon lavoro a tutti!