martedì 31 maggio 2011

Verso Madrid... Me gusta!


Come parrocchia di Sesso, abbiamo pensato di iscriverci alla GMG insieme alla parrocchia di Bagnolo per vivere in una dimensione più allargata questa esperienza importante.
Pertanto insieme agli educatori che accompagneranno i ragazzi di Bagnolo, abbiamo pensato di trovare alcuni momenti, di seguito elencati, per conoscere l’altra parrocchia e prepararci insieme al gemellaggio a Girona e alla settimana di Madrid.


Lunedì 6 giugno: ore 18:30 momento di preghiera e cena tipica spagnola nei locali della parrocchia di Sesso.
Giovedì 16 giugno: partecipazione alla serata del Festincontro organizzata dall’azione cattolica con tutti i
giovani della diocesi di Reggio Emilia e Guastalla che andranno a Madrid. Ora e luogo ancora da definire.

Domenica 3 luglio: a Pieve Rossa ore 18:00 giochi e cena con i ragazzi di Bagnolo in occasione della festa dello sport.

Chiediamo ad ognuno di voi di partecipare a questi appuntamenti per conoscere i nostri “compagni di viaggio” e preparasi al meglio alla Giornata Mondiale della Gioventù.

Gli educatori

P.S. Vi comunicheremo in seguito la data della riunione tecnica/organizzativa con i genitori e ragazzi.

Participio presente


Credente non è chi ha creduto una volta per tutte, ma chi, in obbedienza al participio presente del verbo, rinnova il suo credo continuamente. Quando raccontava la sua conversione Chateaubriand, nella sua opera più celebre, Il genio del cristianesimo (1802), usava semplicemente due verbi: j'ai pleuré et j'ai cru, «ho pianto e ho creduto». Certo, c'è la via di Damasco per san Paolo e per molti; ma questa epifania folgorante dev'essere solo un inizio, altrimenti si trasforma in un mero evento spettacolare o taumaturgico. Ha, quindi, ragione Erri De Luca, uno scrittore ben noto ai lettori di questo giornale che non di rado ha ospitato alcuni suoi testi, quando definisce l'autentico credente. Emblematico è appunto il participio presente che incarna una continuità e non un atto singolo. Quando Elisabetta saluta Maria, la madre di Gesù venuta in visita nella sua casa, la interpella così: «Beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore» (Luca 1,45). Ebbene, se noi esaminiamo l'originale greco, scopriamo un participio che indica uno stato permanente «Beata la credente!». L'odierna festa liturgica della Visitazione contiene, allora, al suo interno anche questo messaggio: credere non è tanto un atto eroico ed eccezionale, compiuto una volta per sempre; è, invece, una scelta quotidiana, coi colori dell'ordinario e persino della paziente fedeltà. Ne sa appunto qualcosa Maria che deve seguire suo figlio prima nel grigiore dei giorni nascosti e sempre uguali di Nazaret e poi in mezzo alla folla che lo segue, fino a raggiungerlo sulla vetta della prova e del distacco, nell'addio struggente del Calvario. Maria è credente nel cuore e nelle opere anche quando s'inerpica verso la casa di Elisabetta per esserle accanto, mentre la parente compie la gestazione faticosa del figlio Giovanni.
Da Avvenire, rubrica il Mattutino del 31/05/2011

domenica 22 maggio 2011

QUATTRO TAPPE

La vita dell'uomo ha quattro tappe. La prima è quella dell'imparare, quando si è formati dai maestri. La seconda è quella dell'insegnamento in cui si condivide ciò che si è appreso con gli altri. La terza fase è quella del bosco, nel quale ci si ritira per ritrovare se stessi ed energie nuove. Infine, la quarta tappa è l'essere mendicanti, tendendo la mano agli altri perché ti sorreggano nella malattia e nella vecchiaia. Imparare, insegnare, meditare, mendicare: ecco le quattro tappe della vita abbozzate dal testo indiano che ho riassunto per i miei lettori. Anche nell'arte, si hanno rappresentazioni delle varie fasi dell'esistenza umana, dalla nascita alla morte; ma ci si accontenta di inseguirne la parabola crono-fisiologica, dalla freschezza vitale delle origini al disfacimento terminale. Qui, invece, è di scena la trama interiore e ciascuno di noi può interrogarsi sul livello in cui ora si trova e soprattutto se sta correttamente seguendo la traiettoria, ricordando però che le tappe possono intrecciarsi tra loro. C'è innanzitutto il tempo del discepolato, della ricerca, dell'apprendimento umile e paziente. È solo così che si passa alla seconda tappa divenendo maestri, testimoni, padri e madri. Ma non si può vivere sempre esposti e solo donando. È necessaria la ricarica, una sorta di rifornimento dell'anima, una reimmissione dell'acqua nella diga dello spirito, per usare un'espressione di Alberto Moravia proprio riguardo alla meditazione, alla riflessione, al silenzio. È questo il tempo del bosco, cioè della solitudine intima e profonda. Alla fine, giunge la vecchiaia o la malattia e, allora, con umiltà si deve stendere la mano come mendicanti per essere aiutati e sostenuti. Anche questa, però, è una stagione importante di quell'avventura unica che è la vita.

Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me.

Un commento al Vangelo della V domenica di Pasqua


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.  Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».
Gv 14, 1-12

La fede in Gesù comporta seguirlo quotidianamente, nelle semplici azioni che compongono la nostra giornata. «È proprio del mistero di Dio agire in modo sommesso. Solo pian piano Egli costruisce nella grande storia dell’umanità la sua storia. Diventa uomo ma in modo da poter essere ignorato dai contemporanei, dalle forze autorevoli della storia. Patisce e muore e, come Risorto, vuole arrivare all’umanità soltanto attraverso la fede dei suoi ai quali si manifesta. Di continuo Egli bussa sommessamente alle porte dei nostri cuori e, se gli apriamo, lentamente ci rende capaci di “vedere”»
BENEDETTO XVI

mercoledì 11 maggio 2011

Sui monti della Liguria, coi profughi d'Africa, come sulla strada per Emmaus

Un secondo commento al Vangelo della III domenica di Pasqua


Il volto dello Sconosciuto
(da Avvenire del 10/05/2011)

Sono arrivati da Manduria venerdì notte, fortemente provati. Una donna, vicina al parto, ha interrotto il viaggio a Pescara e arriverà in seguito, con altri tre familiari. Il centro montano ligure che ha accolto i profughi è stato attrezzato in gran fretta e la prima notte, mancando il riscaldamento, si è faticato a trovare coperte per tutti. Sono 37 persone, tra uomini, donne e bambini (il più piccolo di 8 mesi). Molti i nuclei familiari al completo. Sono tutti giovani o giovanissimi (il più 'anziano' ha 33 anni) e provengono dall’Africa sub-sahariana.
Dopo una giornata di controlli medici, nella piccola comunità sono stati suddivisi i compiti: gli uomini accudiscono i bambini, le donne, dopo aver fatto il bucato, hanno chiesto scope e hanno svolto le pulizie nella casa. I cattolici (sono la maggioranza) hanno chiesto la Messa. Così sono stato interpellato io, amico del Centro, e la mia ultima celebrazione del pomeriggio è stata con i profughi e i volontari che li assistono. Parecchi sono arrivati con il libro delle preghiere e dei canti, conservato tra le cose – veramente poche – salvate durante la traversata per Lampedusa. Giocoforza, la nostra celebrazione è bilingue. In inglese eseguono il canto iniziale: un solista dà l’avvio al coro, il ritornello ripete struggente «Alla tua presenza Signore…», le mani battono il ritmo, mentre i corpi si muovono in un accenno di danza. Le letture pasquali sembrano pensate per questo momento.
La lettera di Pietro ci invita a considerarci stranieri in questo mondo e io devo sottolineare che l’invito vale anzitutto per me e per gli italiani presenti: noi in Patria, i profughi lontani dalle loro Patrie, ma tutti obbligati – se siamo veri credenti – a ricordarci che la Patria è provvisoria e che lo straniero deve diventare nostro concittadino. Poi lo Sconosciuto, il Forestiero che nel Vangelo ha fatto un tratto di strada con i discepoli di Emmaus, ci ha ricordato come si riconosce il volto di Cristo: spezzando insieme il pane, quello spirituale e quello materiale. […]
Egli è Dio che si affianca al nostro cammino amichevole e non invadente, si informa partecipe sulle nostre speranze e sulle nostre delusioni, dialoga e condivide senza imporli pensieri e visioni profonde, ci lascia liberi di continuare il nostro cammino o di fare la nostra sosta da soli. È il Dio rivelatosi in Gesù che ci ha insegnato ad aprire le porte di questa casa, a preparare l’accoglienza, a viverla in condivisione. […]
Domani condivideremo con questi uomini e con queste donne anche qualche parola di italiano, perché possano cavarsela meglio con le pratiche per ottenere lo statuto di rifugiati, perché possano sfruttare al meglio le opportunità di questa sosta. Intanto, questa sera, anche noi siamo Emmaus, anche a noi questa sera si è rivelato il volto dello Sconosciuto.

martedì 10 maggio 2011

Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero.

Un primo commento al Vangelo della III domenica di Pasqua: Lc 24,13-35


Questo episodio mostra le conseguenze che Gesù risorto opera nei due discepoli: conversione dalla disperazione alla speranza; conversione dalla tristezza alla gioia; e anche conversione alla vita comunitaria. Talvolta, quando si parla di conversione, si pensa unicamente al suo aspetto faticoso, di distacco e di rinuncia. Invece, la conversione cristiana è anche e soprattutto fonte di gioia, di speranza e di amore. Essa è sempre opera di Cristo risorto, Signore della vita, che ci ha ottenuto questa grazia per mezzo della sua passione e ce la comunica in forza della sua risurrezione.

Il problema del male, del dolore e della sofferenza, il problema dell’ingiustizia e della sopraffazione, la paura degli altri, degli estranei e dei lontani che giungono nelle nostre terre e sembrano attentare a ciò che noi siamo, portano i cristiani di oggi a dire con tristezza: noi speravamo che il Signore ci liberasse dal male, dal dolore, dalla sofferenza, dalla paura, dall’ingiustizia. È necessario, allora, per ciascuno di noi, come è avvenuto ai due discepoli di Emmaus, lasciarsi istruire da Gesù: innanzitutto, ascoltando e amando la Parola di Dio, letta nella luce del Mistero Pasquale, perché riscaldi il nostro cuore e illumini la nostra mente, e ci aiuti ad interpretare gli avvenimenti della vita e dare loro un senso. Poi, occorre sedersi a tavola con il Signore, diventare suoi commensali, affinché la sua presenza umile nel Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue ci restituisca lo sguardo della fede, per guardare tutto e tutti con gli occhi di Dio, nella luce del suo amore. Rimanere con Gesù che è rimasto con noi, assimilare il suo stile di vita donata, scegliere con lui la logica della comunione tra di noi, della solidarietà e della condivisione. L’Eucaristia è la massima espressione del dono che Gesù fa di se stesso ed è un invito costante a vivere la nostra esistenza nella logica eucaristica, come un dono a Dio e agli altri.
Abbiate fiducia: il Signore risorto cammina con voi, ieri, oggi e sempre.
BENEDETTO XVI


lunedì 2 maggio 2011

Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!

Per vivere al meglio questo tempo di Pasqua, proponiamo una breve riflessione sui Vangeli della domenica.


La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.  Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.  
Gv 20,19-31

Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto! Gesù pronuncia la beatitudine della fede: credere senza aver visto direttamente con i propri occhi, fidarsi! Tommaso non crede al risorto, vuole un segno, non si fida delle parole dei discepoli: abbiamo visto il Signore! Vuole una fede fatta di prove concrete. E noi quante volte chiediamo un segno? Quante volte non ci fidiamo della Parola, delle parole di coloro che parlano di Dio? Credere significa fidarsi e Gesù oggi ci dice che avere fiducia in Lui e credere che egli è vivo e presente in mezzo a noi (non è un fantasma, Tommaso tocca le sue ferite, le ferite dell’amore, del dono della propria vita!), significa essere beati!