Come
parrocchia di Sesso, abbiamo pensato di iscriverci alla GMG insieme alla
parrocchia di Bagnolo per vivere in una dimensione più allargata questa
esperienza importante.
Pertanto
insieme agli educatori che accompagneranno i ragazzi di Bagnolo, abbiamo
pensato di trovare alcuni momenti, di seguito elencati, per conoscere l’altra
parrocchia e prepararci insieme al gemellaggio a Girona e alla settimana di
Madrid.
Lunedì
6 giugno: ore
18:30 momento di preghiera e cena tipica spagnola nei locali della parrocchia
di Sesso.
Giovedì
16 giugno:
partecipazione alla serata del Festincontro organizzata dall’azione cattolica
con tutti i
giovani
della diocesi di Reggio Emilia e Guastalla che andranno a Madrid. Ora e luogo
ancora da definire.
Domenica
3 luglio: a
Pieve Rossa ore 18:00 giochi e cena con i ragazzi di Bagnolo in occasione della
festa dello sport.
Chiediamo
ad ognuno di voi di partecipare a questi appuntamenti per conoscere i nostri
“compagni di viaggio” e preparasi al meglio alla Giornata Mondiale della Gioventù.
Gli
educatori
P.S.
Vi comunicheremo in seguito la data della riunione tecnica/organizzativa con i
genitori e ragazzi.
Credente non è
chi ha creduto una volta per tutte, ma chi, in obbedienza al participio
presente del verbo, rinnova il suo credo continuamente. Quando raccontava la
sua conversione Chateaubriand, nella sua opera più celebre, Il genio del
cristianesimo (1802), usava semplicemente due verbi: j'ai pleuré et j'ai cru,
«ho pianto e ho creduto». Certo, c'è la via di Damasco per san Paolo e per
molti; ma questa epifania folgorante dev'essere solo un inizio, altrimenti si trasforma
in un mero evento spettacolare o taumaturgico. Ha, quindi, ragione Erri De
Luca, uno scrittore ben noto ai lettori di questo giornale che non di rado ha
ospitato alcuni suoi testi, quando definisce l'autentico credente. Emblematico
è appunto il participio presente che incarna una continuità e non un atto
singolo. Quando Elisabetta saluta Maria, la madre di Gesù venuta in visita
nella sua casa, la interpella così: «Beata colei che ha creduto
nell'adempimento delle parole del Signore» (Luca 1,45). Ebbene, se noi
esaminiamo l'originale greco, scopriamo un participio che indica uno stato
permanente «Beata la credente!». L'odierna festa liturgica della Visitazione
contiene, allora, al suo interno anche questo messaggio: credere non è tanto un
atto eroico ed eccezionale, compiuto una volta per sempre; è, invece, una
scelta quotidiana, coi colori dell'ordinario e persino della paziente fedeltà.
Ne sa appunto qualcosa Maria che deve seguire suo figlio prima nel grigiore dei
giorni nascosti e sempre uguali di Nazaret e poi in mezzo alla folla che lo
segue, fino a raggiungerlo sulla vetta della prova e del distacco, nell'addio
struggente del Calvario. Maria è credente nel cuore e nelle opere anche quando
s'inerpica verso la casa di Elisabetta per esserle accanto, mentre la parente
compie la gestazione faticosa del figlio Giovanni.
La vita dell'uomo ha quattro tappe. La prima è quella dell'imparare, quando si è formati dai maestri. La seconda è quella dell'insegnamento in cui si condivide ciò che si è appreso con gli altri. La terza fase è quella del bosco, nel quale ci si ritira per ritrovare se stessi ed energie nuove. Infine, la quarta tappa è l'essere mendicanti, tendendo la mano agli altri perché ti sorreggano nella malattia e nella vecchiaia. Imparare, insegnare, meditare, mendicare: ecco le quattro tappe della vita abbozzate dal testo indiano che ho riassunto per i miei lettori. Anche nell'arte, si hanno rappresentazioni delle varie fasi dell'esistenza umana, dalla nascita alla morte; ma ci si accontenta di inseguirne la parabola crono-fisiologica, dalla freschezza vitale delle origini al disfacimento terminale. Qui, invece, è di scena la trama interiore e ciascuno di noi può interrogarsi sul livello in cui ora si trova e soprattutto se sta correttamente seguendo la traiettoria, ricordando però che le tappe possono intrecciarsi tra loro. C'è innanzitutto il tempo del discepolato, della ricerca, dell'apprendimento umile e paziente. È solo così che si passa alla seconda tappa divenendo maestri, testimoni, padri e madri. Ma non si può vivere sempre esposti e solo donando. È necessaria la ricarica, una sorta di rifornimento dell'anima, una reimmissione dell'acqua nella diga dello spirito, per usare un'espressione di Alberto Moravia proprio riguardo alla meditazione, alla riflessione, al silenzio. È questo il tempo del bosco, cioè della solitudine intima e profonda. Alla fine, giunge la vecchiaia o la malattia e, allora, con umiltà si deve stendere la mano come mendicanti per essere aiutati e sostenuti. Anche questa, però, è una stagione importante di quell'avventura unica che è la vita.
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in
me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto:
“Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto,
verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del
luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non
sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono
la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se
avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e
lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta».
Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto,
Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il
Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi
dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue
opere. Credete a me: io sono nel Padre e
il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in
verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e
ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».
Gv
14, 1-12
La
fede in Gesù comporta seguirlo quotidianamente, nelle semplici azioni che
compongono la nostra giornata. «È proprio del mistero di Dio agire in modo
sommesso. Solo pian piano Egli costruisce nella grande storia dell’umanità la sua
storia. Diventa uomo ma in modo da poter essere ignorato dai contemporanei,
dalle forze autorevoli della storia. Patisce e muore e, come Risorto, vuole
arrivare all’umanità soltanto attraverso la fede dei suoi ai quali si
manifesta. Di continuo Egli bussa sommessamente alle porte dei nostri cuori e,
se gli apriamo, lentamente ci rende capaci di “vedere”»
Un secondo commento al Vangelo della III domenica di Pasqua
Il volto dello Sconosciuto
(da
Avvenire del 10/05/2011)
Sono arrivati da Manduria venerdì notte, fortemente
provati. Una donna, vicina al parto, ha interrotto il viaggio a Pescara e
arriverà in seguito, con altri tre familiari. Il centro montano ligure che ha
accolto i profughi è stato attrezzato in gran fretta e la prima notte, mancando
il riscaldamento, si è faticato a trovare coperte per tutti. Sono 37 persone,
tra uomini, donne e bambini (il più piccolo di 8 mesi). Molti i nuclei familiari
al completo. Sono tutti giovani o giovanissimi (il più 'anziano' ha 33 anni) e
provengono dall’Africa sub-sahariana.
Dopo una giornata di controlli
medici, nella piccola comunità sono stati suddivisi i compiti: gli uomini
accudiscono i bambini, le donne, dopo aver fatto il bucato, hanno chiesto scope
e hanno svolto le pulizie nella casa. I cattolici (sono la maggioranza) hanno
chiesto la Messa. Così sono stato interpellato io, amico del Centro, e la mia
ultima celebrazione del pomeriggio è stata con i profughi e i volontari che li
assistono. Parecchi sono arrivati con il libro delle preghiere e dei canti,
conservato tra le cose – veramente poche – salvate durante la traversata per
Lampedusa. Giocoforza, la nostra celebrazione è bilingue. In inglese eseguono
il canto iniziale: un solista dà l’avvio al coro, il ritornello ripete
struggente «Alla tua presenza Signore…», le mani battono il ritmo, mentre i
corpi si muovono in un accenno di danza. Le letture pasquali sembrano pensate
per questo momento.
La lettera di Pietro ci invita a
considerarci stranieri in questo mondo e io devo sottolineare che l’invito vale
anzitutto per me e per gli italiani presenti: noi in Patria, i profughi lontani
dalle loro Patrie, ma tutti obbligati – se siamo veri credenti – a ricordarci
che la Patria è provvisoria e che lo straniero deve diventare nostro
concittadino. Poi lo Sconosciuto, il Forestiero che nel Vangelo ha fatto un
tratto di strada con i discepoli di Emmaus, ci ha ricordato come si riconosce
il volto di Cristo: spezzando insieme il pane, quello spirituale e quello
materiale. […]
Egli è Dio che si affianca al nostro
cammino amichevole e non invadente, si informa partecipe sulle nostre speranze
e sulle nostre delusioni, dialoga e condivide senza imporli pensieri e visioni
profonde, ci lascia liberi di continuare il nostro cammino o di fare la nostra
sosta da soli. È il Dio rivelatosi in Gesù che ci ha insegnato ad aprire le
porte di questa casa, a preparare l’accoglienza, a viverla in condivisione. […]
Domani condivideremo con questi
uomini e con queste donne anche qualche parola di italiano, perché possano
cavarsela meglio con le pratiche per ottenere lo statuto di rifugiati, perché
possano sfruttare al meglio le opportunità di questa sosta. Intanto, questa
sera, anche noi siamo Emmaus, anche a noi questa sera si è rivelato il volto
dello Sconosciuto.
Un primo commento al Vangelo della III domenica di Pasqua: Lc 24,13-35
Questo episodio mostra le conseguenze che Gesù risorto opera nei
due discepoli: conversione dalla disperazione alla speranza; conversione dalla
tristezza alla gioia; e anche conversione alla vita comunitaria. Talvolta,
quando si parla di conversione, si pensa unicamente al suo aspetto faticoso, di
distacco e di rinuncia. Invece, la conversione cristiana è anche e soprattutto
fonte di gioia, di speranza e di amore. Essa è sempre opera di Cristo risorto,
Signore della vita, che ci ha ottenuto questa grazia per mezzo della sua
passione e ce la comunica in forza della sua risurrezione.
Il
problema del male, del dolore e della sofferenza, il problema dell’ingiustizia
e della sopraffazione, la paura degli altri, degli estranei e dei lontani che
giungono nelle nostre terre e sembrano attentare a ciò che noi siamo, portano i
cristiani di oggi a dire con tristezza: noi speravamo che il Signore ci
liberasse dal male, dal dolore, dalla sofferenza, dalla paura,
dall’ingiustizia. È necessario, allora, per ciascuno di noi, come è avvenuto ai
due discepoli di Emmaus, lasciarsi istruire da Gesù: innanzitutto, ascoltando e
amando la Parola di Dio, letta nella luce del Mistero Pasquale, perché
riscaldi il nostro cuore e illumini la nostra mente, e ci aiuti ad interpretare
gli avvenimenti della vita e dare loro un senso. Poi, occorre sedersi a tavola
con il Signore, diventare suoi commensali, affinché la sua presenza umile nel
Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue ci restituisca lo sguardo della fede,
per guardare tutto e tutti con gli occhi di Dio, nella luce del suo amore.
Rimanere con Gesù che è rimasto con noi, assimilare il suo stile di vita
donata, scegliere con lui la logica della comunione tra di noi, della
solidarietà e della condivisione. L’Eucaristia è la massima espressione del
dono che Gesù fa di se stesso ed è un invito costante a vivere la nostra
esistenza nella logica eucaristica, come un dono a Dio e agli altri.
Abbiate
fiducia: il Signore risorto cammina con voi, ieri, oggi e sempre.
Per vivere al meglio questo tempo di Pasqua, proponiamo una breve riflessione sui Vangeli della domenica.
La sera di quel giorno, il primo della
settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli
per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!».
Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere
il Signore. Gesù disse loro di nuovo:
«Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo,
soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i
peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno
perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando
venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma
egli disse loro: «Se non vedo nelle sue
mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non
metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i
discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a
porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani;
tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma
credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio
Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché
mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno
creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che
non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché
crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la
vita nel suo nome.
Gv 20,19-31
Beati quelli che non hanno visto e hanno
creduto! Gesù pronuncia la beatitudine della fede: credere senza aver visto direttamente
con i propri occhi, fidarsi! Tommaso non crede al risorto, vuole un segno, non
si fida delle parole dei discepoli: abbiamo visto il Signore! Vuole una fede
fatta di prove concrete. E noi quante volte chiediamo un segno? Quante volte
non ci fidiamo della Parola, delle parole di coloro che parlano di Dio? Credere
significa fidarsi e Gesù oggi ci dice che avere fiducia in Lui e credere che
egli è vivo e presente in mezzo a noi (non è un fantasma, Tommaso tocca le sue
ferite, le ferite dell’amore, del dono della propria vita!), significa essere
beati!