Qual
è il romanzo più odiato dagli italiani? «I promessi sposi». Perché? Invece di leggerlo lo si studia. Tanti (me compreso),
asfissiati dalla frammentaria lettura scolastica, appesantita da riassunti e
schede narrative, lo hanno poi riscoperto e amato quando si sono abbandonati
per 38 capitoli ai suoi ritmi narrativi. Di chi è la colpa? Mia: un professore.
[…]
Eppure è così semplice: basta leggerli.
Io ci provo, sacrificando ore e schede narrative sull’altare della bellezza: mi
fido di quei 38 capitoli (a dire il vero riassumo solo quelle parti che
annoiano anche me). Sono ore luminose quelle in cui in classe si squaderna il
'guazzabuglio del cuore umano' che Manzoni è capace di mettere in scena. I
ragazzi spesso interrompono, si ribellano, commentano: quel cuore è il loro
cuore. Sono afferrati dalla notte di Renzo, eroe girovago in cerca di
giustizia, pronto a ubriacarsi e ravvedersi, come ogni adolescente; da quella
di Lucia, fragile e forte di una forza non sua, come ogni adolescente; da
quella dell’Innominato, oppresso dalla noia del male; la notte di don Rodrigo, smascherato
da colei che tutto livella... Su 'certe notti' (direbbe Ligabue) trionfa sempre
la luce (questo Liga non lo sa) – ora il sole, ora la luna – che si accende
improvvisa nelle tenebre e gradualmente le scaccia. I ragazzi rimangono
catturati dalla sostanza del romanzo: l’amore di due ragazzi, che devono
imparare, dalla vita e nella vita, a conoscere i loro limiti e superarli per
potersi amare. Questo lo capisce qualsiasi quindicenne, anzi è l’unica cosa
che vuole sapere: può l’amore essere per sempre? Come privarli di quel
capitolo 38, capolavoro di ironia e di realismo, in cui le ombre restano, ma la
luce calma dell’amore ormai le abbraccia senza temerne le armi ormai spuntate? La
struttura del romanzo rivela la vita nuda: un enorme palcoscenico in cui, tra
luci e ombre, veniamo guidati ad essere amati e ad amare di più, al ritmo
libero della nostra resistenza all’inarrestabile trionfo del Bene Onnipotente,
che si occupa di ciascuno come un figlio unico. […]
Ripetiamo spesso che per scrivere
meglio i ragazzi dovrebbero leggere di più, e poi siamo noi a fare i romanzi 'a
pezzi' (macabro delitto scolastico). Lasciamoli rapire dalla bellezza,
rendiamola presente, diventiamone complici e non persecutori. E «se invece
fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s’è fatto apposta» (cap. 38,
ultima riga): persino Manzoni ci perdonerà...
ALESSANDRO D’AVENIA
io sono arrivato al 18...
RispondiEliminanessuno te lo ha chiesto......oddio quel capitolo è inquietante
RispondiEliminaora sono al 21 andrea
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