Per ricordare il 300° della chiesa di Villa Sesso.
Per imparare a cantare a più voci.
Per tornare indietro nel tempo.
Per ripassare un po' di latino.
Per ascoltare una canzone magnifica.
Per meditare una bella e antica preghiera.
Per proclamare la nostra fede in un solo Dio.
http://www.youtube.com/watch?v=ND-L8vG9LsM
mercoledì 28 dicembre 2011
domenica 25 dicembre 2011
Per incontrare Gesù dobbiamo scendere da cavallo!
Chi oggi vuole entrare nella chiesa della Natività di Gesù a Betlemme, scopre
che il portale, che un tempo era alto cinque metri e mezzo e attraverso il quale
gli imperatori e i califfi entravano nell’edificio, è stato in gran parte
murato. È rimasta soltanto una bassa apertura di un metro e mezzo. L’intenzione
era probabilmente di proteggere meglio la chiesa contro eventuali assalti, ma
soprattutto di evitare che si entrasse a cavallo nella casa di Dio. Chi desidera
entrare nel luogo della nascita di Gesù, deve chinarsi. Mi sembra che in ciò si
manifesti una verità più profonda, dalla quale vogliamo lasciarci toccare in
questa Notte santa: se vogliamo trovare il Dio apparso quale bambino, allora
dobbiamo scendere dal cavallo della nostra ragione “illuminata”. Dobbiamo
deporre le nostre false certezze, la nostra superbia intellettuale, che ci
impedisce di percepire la vicinanza di Dio. Dobbiamo seguire il cammino
interiore di san Francesco – il cammino verso quell’estrema semplicità esteriore
ed interiore che rende il cuore capace di vedere. Dobbiamo chinarci, andare
spiritualmente, per così dire, a piedi, per poter entrare attraverso il portale
della fede ed incontrare il Dio che è diverso dai nostri pregiudizi e dalle
nostre opinioni: il Dio che si nasconde nell’umiltà di un bimbo appena nato.
Benedetto XVI
La bellezza nasce in una stalla!
Solo l’amore è un po’ così. Se non ci
fosse quello non mi alzerei la mattina. L’amore per un libro, un paesaggio, un
amico, una donna, una madre. È l’unica cosa quotidiana che non finisca con
l’annoiarmi. Ma anche quello spesso si rompe e 'che fatica rimetterlo a
posto!'. Quando la trovo, quella bellezza, mi ci aggrappo come la cozza allo
scoglio e la piovra alla sua preda, perché non scappi troppo presto, per
lasciare solo un ricordo dolce-amaro. Ma quel Bambino? È l’amore in persona? L’amore
fatto persona? L’amore fatto limite e quotidianità? Non può essere. Se fosse
vero, un’altra bellezza sarebbe entrata nel mondo, nel silenzio, quasi
senz’arte. Tutto diverrebbe improvvisamente bello: i pannolini, le pappe, le
veglie, i sorrisi e le lacrime. Tutto diverrebbe improvvisamente divino, perché
non c’è niente di umano che quel bambino non debba fare: è un uomo e non c’è
niente di umano che gli sia estraneo. Questa è la notizia. Se è così, c’è per
me una bellezza che non si rovina, che non si rompe, che non c’entra con il
nettare e l’ambrosia, con la proporzione e l’armonia, ma c’entra con la vita
quotidiana, con il sudore, i capelli, la pelle, le mani screpolate, la fatica,
lo scoraggiamento, la tristezza, la paura, il fallimento, il sangue, il
freddo e il sonno. Una bellezza senza perfezione. Una bellezza che c’entra
con tutto, perché tutto ha attraversato. Una bellezza fecondata da limiti e
sproporzioni, per partorire ciò che non passa. Io questa bellezza cerco.
Questa bellezza nasce per me. In una stalla.
Alessandro D’Avenia
mercoledì 21 dicembre 2011
Auguri malgasci
Ormai è Natale e io mi sento un po’ come Giuseppe e Maria: pellegrina
alla ricerca di una casa, di un luogo, di un angolo per accogliere il
Signore che viene..
Da quando gli esercizi spirituali dell’equipe missionaria sono
terminati, mi sono messa in viaggio.. è fomba (abitudine) prima di
lasciare il Madagascar passare dalle comunità conosciute e dalle
persone incontrate per fare il veloma: l’ultimo saluto, letteralmente
ad-dio. Qui i saluti sono molto importanti!! Fanno parte integrante
della relazione con l’altro.. anche quando ci si incontra per strada
alla domanda inona no vaovao? (cosa c’è di nuovo?) non scappa nessuno,
neanche noi vazaha (bianchi). I malgasci sono capaci di ripeterla
molte volte parchè qualcosa da raccontare c’è sempre..
E così, come tradizione vuole, mi sono messa in cammino: adesso mi
trovo a Manakara, nella comunità dei volontari per trascorrere un po’
di tempo con chi con me ha condiviso un pezzo di strada, credo il più
denso e gravido e misericordioso che abbia mai vissuto. Non potevo non
passare un’ultima volta..
Questo tempo di distacco non è facile. Fa male dire ad-dio alle
persone a cui si vuole bene e con cui si è imparato a camminare
dandosi tempi e ritmi nuovi. E non è facile farlo quando si è in
movimento continuo.. partire-fermarsi-stare-salutare-partire e poi di
nuovo partire-fermarsi-stare-salutare-partire e ancora
partire-fermarsi-stare-salutare-partire ma questo stare sulla strada
mi aiuta a entrare in modo nuovo nell’avvento: non nell’attesa che
qualcosa debba accadere ma nel sperimentare l’accoglienza e
l’ospitalità di un pranzo condiviso, di una preghiera spontanea in
riva all’oceano, nell’abbraccio di un amico, nelle parole di saluto di
fratelli e sorelle.. di una benedizione inaspettata dell’equipe
missionaria, come un nuovo mandato di rientro.
Questo Natale l’ho vivo un po’ al contrario: non da ospitante ma da
ospite. Pellegrinare per il Madagascar mi porta a vivere questo tempo
in modo più essenziale, più palpabile, più comprensibile.. e voi siete
con me, anche oggi. Lo siete sempre stati! Nei pensieri, nelle
preghiere, nei ricordi e in particolare nel cuore.. e tra pochi giorni
ci ritroveremo tutti insieme inginocchiati davanti a una mangiatoia
per farci piccoli davanti al signore che viene..
Tratra ny Noely!!
Che per me significa lasciatevi prendere dal Signore nella notte in
cui ha scelto di venire.. Non temete, coraggio!!
in arrivooooooooo,
Pice
alla ricerca di una casa, di un luogo, di un angolo per accogliere il
Signore che viene..
Da quando gli esercizi spirituali dell’equipe missionaria sono
terminati, mi sono messa in viaggio.. è fomba (abitudine) prima di
lasciare il Madagascar passare dalle comunità conosciute e dalle
persone incontrate per fare il veloma: l’ultimo saluto, letteralmente
ad-dio. Qui i saluti sono molto importanti!! Fanno parte integrante
della relazione con l’altro.. anche quando ci si incontra per strada
alla domanda inona no vaovao? (cosa c’è di nuovo?) non scappa nessuno,
neanche noi vazaha (bianchi). I malgasci sono capaci di ripeterla
molte volte parchè qualcosa da raccontare c’è sempre..
E così, come tradizione vuole, mi sono messa in cammino: adesso mi
trovo a Manakara, nella comunità dei volontari per trascorrere un po’
di tempo con chi con me ha condiviso un pezzo di strada, credo il più
denso e gravido e misericordioso che abbia mai vissuto. Non potevo non
passare un’ultima volta..
Questo tempo di distacco non è facile. Fa male dire ad-dio alle
persone a cui si vuole bene e con cui si è imparato a camminare
dandosi tempi e ritmi nuovi. E non è facile farlo quando si è in
movimento continuo.. partire-fermarsi-stare-salutare-partire e poi di
nuovo partire-fermarsi-stare-salutare-partire e ancora
partire-fermarsi-stare-salutare-partire ma questo stare sulla strada
mi aiuta a entrare in modo nuovo nell’avvento: non nell’attesa che
qualcosa debba accadere ma nel sperimentare l’accoglienza e
l’ospitalità di un pranzo condiviso, di una preghiera spontanea in
riva all’oceano, nell’abbraccio di un amico, nelle parole di saluto di
fratelli e sorelle.. di una benedizione inaspettata dell’equipe
missionaria, come un nuovo mandato di rientro.
Questo Natale l’ho vivo un po’ al contrario: non da ospitante ma da
ospite. Pellegrinare per il Madagascar mi porta a vivere questo tempo
in modo più essenziale, più palpabile, più comprensibile.. e voi siete
con me, anche oggi. Lo siete sempre stati! Nei pensieri, nelle
preghiere, nei ricordi e in particolare nel cuore.. e tra pochi giorni
ci ritroveremo tutti insieme inginocchiati davanti a una mangiatoia
per farci piccoli davanti al signore che viene..
Tratra ny Noely!!
Che per me significa lasciatevi prendere dal Signore nella notte in
cui ha scelto di venire.. Non temete, coraggio!!
in arrivooooooooo,
Pice
domenica 18 dicembre 2011
Ora!
Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti canta:
Non c'è montagna più alta di quella che non scalerò, ora.
Non c'è promessa più persa di quella che non giocherò, ora.
Anche se a volte sembra andare male, anche se la montagna sembra troppo alta, se ci teniamo veramente è il momento, ORA, di scalare, di inseguire le nostre passioni e i nostri desideri. ORA è il momento di osare e di stare con FEDELTA' nelle cose che ci piaccono fare, nelle relazioni, anche se attraversate da un momento di aridità, difficoltà, anche se sembrano ormai una scommessa persa. Ed è il momento, ORA, perchè siamo certi che Qualcuno ci tende la mano e ci aiuta a scalare la montagna alta.
Comincia tu, adesso.
Pubblichiamo una riflessione del nostro ormai amico Alessandro D'Avenia (se dice cose belle, non si può non pubblicare!!!!) .... Buona lettura...
«Ho 15 anni e vedo il mondo andare a rotoli. Diamo la colpa a politici, banchieri... Io sono sicura che la colpa invece è nostra. Ci arrabbiamo per cose futili, piuttosto che farlo per cose importanti. E sono davvero arrabbiata... ognuno di noi sta gettando al vento le proprie speranze, si parla di crisi, recessione, denaro, potere, quando la gente avrebbe bisogno di sentir parlare un po’ più di amore. Ci stiamo sottomettendo come animali in cattività, ci scanniamo l’un l’altro, non siamo più consapevoli dei nostri diritti e ci riesce facile dare la colpa ad altri. Come mai riusciamo a dare la nostra fiducia a fantocci che appaiono in tv e non riusciamo a voler bene alle persone che ci sono accanto? Abbiamo pregiudizi, che ci avvelenano, ci distruggono. Quello di cui ho bisogno adesso forse sono parole di conforto, qualcuno che mi dica che andrà tutto bene e invece trovo soltanto persone che si rassegnano, che credono che la situazione potrà solo peggiorare. Probabilmente sarà così ma, caro Alessandro, io le mie speranze non le mollo. Lei cosa pensa che i giovani debbano fare per farsi valere? Odio la violenza e con questa manipolazione mediatica una manifestazione pacifica passerebbe inosservata. Conosco ragazzi con opinioni forti, che ogni giorno provano a farsi valere, siamo tanti, siamo arrabbiati, ci soffocano le grida in gola e nessuno ci ascolta: 'Tanto siamo solo ragazzi'. Cosa dobbiamo fare?» Cara F., la tua lettera mi giunge in un momento in cui anche io mi chiedo: cosa posso fare, posso ancora sperare, a che serve lottare tutti i giorni a scuola, scrivere, parlare? Anche io, a volte, ho la tentazione di mollare. Poi però puntuale arriva qualcuno a risvegliarmi dal torpore sottile e virulento del disfattismo.
In questo caso, insieme alla tua lettera, è stato il discorso di Benedetto XVI per la Giornata della Pace, nel quale dice che la questione è educativa e i veri protagonisti i giovani: «Vorrei dunque presentare il Messaggio in una prospettiva educativa: 'Educare i giovani alla giustizia e alla pace', nella convinzione che essi, con il loro entusiasmo e la loro spinta ideale, possono offrire una nuova speranza al mondo».
Come dici tu: dipende da te e me. Lasciamo perdere quel teatrino di fantocci e rimbocchiamoci le maniche tu e io: ci saranno due furbi in meno. Forse non risolveremo molto, e forse ci prenderanno anche in giro, ma almeno ci potremo guardare allo specchio, sereni.
Io voglio fare il possibile nello spazio che mi è dato adesso: a scuola, in famiglia, con gli amici, sui giornali, nei libri che scrivo. «L’educazione è l’avventura più affascinante e difficile della vita. Educare significa condurre fuori da se stessi per introdurre alla realtà, verso una pienezza che fa crescere la persona. Tale processo si nutre dell’incontro di due libertà: la responsabilità del discepolo, che deve essere aperto a lasciarsi guidare alla conoscenza della realtà, e quella dell’educatore, che deve essere disposto a donare se stesso. Per questo sono più che mai necessari autentici testimoni, e non meri dispensatori di regole e di informazioni; testimoni che sappiano vedere più lontano degli altri, perché la loro vita abbraccia spazi più ampi. Il testimone è colui che vive per primo il cammino che propone».
Vedi, qui siamo in gioco tu e io. Io provo tutti i giorni a donare me stesso in questa avventura, ed è faticoso, spesso fallimentare, ma so anche che la pienezza della mia vita viene proprio dal donarsi. Io li vedo quegli spazi più ampi, ma non in sogno, li vedo realizzarsi giorno dopo giorno.
S olo l’amore, che tu invochi, è forte come la morte: solo se io provo ad amare i miei alunni, i miei colleghi, le mie materie, riesco a sottrarre i miei alunni, colleghi, materie, alla morte a cui siamo tutti destinati.
E tu? «Anche i giovani devono avere il coraggio di vivere prima di tutto essi stessi ciò che chiedono a coloro che li circondano». La tua lettera è già un modo di farlo. Tu, F., non lasciare che quel grido ti si blocchi in gola, e comincia tu, nella tua scuola, nella tua famiglia, nel tuo quartiere, insieme ai tuoi amici.
È faticoso essere testimoni, F. A volte mi chiedo chi me lo fa fare, ma poi penso che ci sei tu: sei tu che me lo fai fare, e fosse anche solo per te, io ricomincio. E noi due saremo due «sentinelle che aspettano l’aurora» di un mondo nuovo che, nel nostro piccolo, avremo contribuito a lasciar crescere.
Senza violenza, ma unendo le forze, cambiando le cose dove possibile e prendendo anche qualche sberla. L’alternativa è dormire, F.: fregarcene. Ma che noia è la vita senza ricerca della verità, senza impegnare la libertà, senza lotta, senza Dio.
«Ho 15 anni e vedo il mondo andare a rotoli. Diamo la colpa a politici, banchieri... Io sono sicura che la colpa invece è nostra. Ci arrabbiamo per cose futili, piuttosto che farlo per cose importanti. E sono davvero arrabbiata... ognuno di noi sta gettando al vento le proprie speranze, si parla di crisi, recessione, denaro, potere, quando la gente avrebbe bisogno di sentir parlare un po’ più di amore. Ci stiamo sottomettendo come animali in cattività, ci scanniamo l’un l’altro, non siamo più consapevoli dei nostri diritti e ci riesce facile dare la colpa ad altri. Come mai riusciamo a dare la nostra fiducia a fantocci che appaiono in tv e non riusciamo a voler bene alle persone che ci sono accanto? Abbiamo pregiudizi, che ci avvelenano, ci distruggono. Quello di cui ho bisogno adesso forse sono parole di conforto, qualcuno che mi dica che andrà tutto bene e invece trovo soltanto persone che si rassegnano, che credono che la situazione potrà solo peggiorare. Probabilmente sarà così ma, caro Alessandro, io le mie speranze non le mollo. Lei cosa pensa che i giovani debbano fare per farsi valere? Odio la violenza e con questa manipolazione mediatica una manifestazione pacifica passerebbe inosservata. Conosco ragazzi con opinioni forti, che ogni giorno provano a farsi valere, siamo tanti, siamo arrabbiati, ci soffocano le grida in gola e nessuno ci ascolta: 'Tanto siamo solo ragazzi'. Cosa dobbiamo fare?» Cara F., la tua lettera mi giunge in un momento in cui anche io mi chiedo: cosa posso fare, posso ancora sperare, a che serve lottare tutti i giorni a scuola, scrivere, parlare? Anche io, a volte, ho la tentazione di mollare. Poi però puntuale arriva qualcuno a risvegliarmi dal torpore sottile e virulento del disfattismo.
In questo caso, insieme alla tua lettera, è stato il discorso di Benedetto XVI per la Giornata della Pace, nel quale dice che la questione è educativa e i veri protagonisti i giovani: «Vorrei dunque presentare il Messaggio in una prospettiva educativa: 'Educare i giovani alla giustizia e alla pace', nella convinzione che essi, con il loro entusiasmo e la loro spinta ideale, possono offrire una nuova speranza al mondo».
Come dici tu: dipende da te e me. Lasciamo perdere quel teatrino di fantocci e rimbocchiamoci le maniche tu e io: ci saranno due furbi in meno. Forse non risolveremo molto, e forse ci prenderanno anche in giro, ma almeno ci potremo guardare allo specchio, sereni.
Io voglio fare il possibile nello spazio che mi è dato adesso: a scuola, in famiglia, con gli amici, sui giornali, nei libri che scrivo. «L’educazione è l’avventura più affascinante e difficile della vita. Educare significa condurre fuori da se stessi per introdurre alla realtà, verso una pienezza che fa crescere la persona. Tale processo si nutre dell’incontro di due libertà: la responsabilità del discepolo, che deve essere aperto a lasciarsi guidare alla conoscenza della realtà, e quella dell’educatore, che deve essere disposto a donare se stesso. Per questo sono più che mai necessari autentici testimoni, e non meri dispensatori di regole e di informazioni; testimoni che sappiano vedere più lontano degli altri, perché la loro vita abbraccia spazi più ampi. Il testimone è colui che vive per primo il cammino che propone».
Vedi, qui siamo in gioco tu e io. Io provo tutti i giorni a donare me stesso in questa avventura, ed è faticoso, spesso fallimentare, ma so anche che la pienezza della mia vita viene proprio dal donarsi. Io li vedo quegli spazi più ampi, ma non in sogno, li vedo realizzarsi giorno dopo giorno.
S olo l’amore, che tu invochi, è forte come la morte: solo se io provo ad amare i miei alunni, i miei colleghi, le mie materie, riesco a sottrarre i miei alunni, colleghi, materie, alla morte a cui siamo tutti destinati.
E tu? «Anche i giovani devono avere il coraggio di vivere prima di tutto essi stessi ciò che chiedono a coloro che li circondano». La tua lettera è già un modo di farlo. Tu, F., non lasciare che quel grido ti si blocchi in gola, e comincia tu, nella tua scuola, nella tua famiglia, nel tuo quartiere, insieme ai tuoi amici.
È faticoso essere testimoni, F. A volte mi chiedo chi me lo fa fare, ma poi penso che ci sei tu: sei tu che me lo fai fare, e fosse anche solo per te, io ricomincio. E noi due saremo due «sentinelle che aspettano l’aurora» di un mondo nuovo che, nel nostro piccolo, avremo contribuito a lasciar crescere.
Senza violenza, ma unendo le forze, cambiando le cose dove possibile e prendendo anche qualche sberla. L’alternativa è dormire, F.: fregarcene. Ma che noia è la vita senza ricerca della verità, senza impegnare la libertà, senza lotta, senza Dio.
mercoledì 14 dicembre 2011
Passione e sacrificio
Pubblichiamo la traccia dell'incontro di martedì 13 dicembre: la discussione è stata molto ricca di spunti sui quali riflettere personalmente e come gruppo.
Lei ha portato la differenza.
L’indifferenza è non cogliere la differenza tra le cose. Sto così bene con
queste cose che mi riempiono la giornata che me le faccio bastare. […]
L’adolescente è fatto per il
sacrificio, per l’eroismo, noi li abbiamo trasformati in persone fatte per il
piacere. Dai una meta difficile ad un adolescente ed è disposto a dare la vita.
Alessandro D'Avenia
(per vedere il video dell'intervento http://www.youtube.com/watch?v=c_2vHQERrHo )
Come vivete le vostre
passioni? Quanto c’è l’aspetto del sacrificio? Siete d’accordo sul fatto che
per portare avanti una passione occorre sacrificio? È giusto? È troppo per te
sacrificarti per una cosa che ti piace, per una persona, per un ideale?il sacrifico riguarda solamente il fattore tempo?
Vivi e cerchi la tua
passione solo quando ne senti il bisogno? Solo quando va tutto bene? Solo
quando porta frutto? Una passione è tale solo nel momento in cui ci sto,
l’accetto, la porto avanti nel momento di difficoltà, di smarrimento, di
stanchezza, di paura, di aridità. Solo se si è fedeli ad una passione si riesce a
coltivarla!!!!! È vero per te?
Questo vale anche per le relazioni!
martedì 13 dicembre 2011
Il suono della domenica
Zucchero canta: http://www.youtube.com/watch?v=O2s4kkxibBY
Al mio paese
vedo fiorire il grano
a braccia tese
verso l'eternità
Il mio paese...
vedo fiorire il grano
a braccia tese
verso l'eternità
Il mio paese...
Che suono fa la domenica da te?
E noi, in questo avvento, siamo con le braccia tese verso l'eternità ad aspettare il Signore che viene?
Che suono fa la domenica da noi? Ha sapore di festa, di riposo, di lode, di rendimento di grazie, di relazioni nuove, di comunità oppure è un giorno come tanti altri dove dormiamo di più?
sabato 10 dicembre 2011
La gioia di vivere
Si può morire restando vivi. Si muore in
molti modi e il più diffuso è quello della solitudine causata
dall’assenza di possibilità di raccontare la propria storia, unica e
irripetibile, a qualcuno. Amiamo e vogliamo essere amati perché ci sia
almeno un interlocutore a cui poterla raccontare questa nostra benedetta
vita così grande e fragile. Alcuni giovani muoiono da vivi, per assenza
di racconto. Il mondo che dovrebbe ascoltare le loro vite, quello degli
adulti, giudica la loro tela assurda, prima ancora che tratti e colori
di quella storia si siano potuti dispiegare.
Si muore giovani, e non perché cari agli dei, ma perché disprezzati da loro. Non per una guerra cruenta, ma per mancanza di sguardo: una vocazione, una unicità, per essere ha bisogno di essere percepita.
Si muore giovani, e non perché cari agli dei, ma perché disprezzati da loro. Non per una guerra cruenta, ma per mancanza di sguardo: una vocazione, una unicità, per essere ha bisogno di essere percepita.
La
gioia di vivere – mi hanno insegnato i miei genitori e maestri – non
dipende dal successo, ma dal fatto di occupare il proprio posto nel
mondo, nella fedeltà a quello che siamo chiamati a essere e fare, sulla
base dei nostri talenti e dei nostri limiti, la conoscenza dei quali ha
il suo spazio privilegiato nell’infanzia, nell’adolescenza e nella prima
giovinezza. Ciascuno di noi è la propria vocazione, la propria
chiamata, il proprio compito. Sul tempio di Apollo a Delfi c’era scritto
«Conosci te stesso». Da lì prese le mosse il pensiero occidentale ed è
lì che bisogna guardare per questa crisi che è prima ancora che
economica, una crisi di senso e di identità.
sabato 3 dicembre 2011
Vacanza invernale 2011-2012
Dove? A Padova (e dintorni???)
Quando? 3-4-5 gennaio 2012
Alloggio? Casa dei colori (per maggiori informazioni consulta il
sito http://www.casaacolori.org/it/ )
Mezzo di trasporto? Treno e proprie gambe (magari anche qualche tram ogni
tanto!)
Costo? Circa 80 euro esclusi
cene e pranzi (nel prezzo inclusi pernottamento 2 notti con colazione e biglietti
treni … adattandosi si riesce a spendere poco!)
Con chi? 3°-4°-5° superiore (più
qualche educatore innocuo)
Perché? Per trascorrere alcuni
giorni insieme in amicizia visitando una bella città (che bella frase fatta!)
Programma? Molto “sciallo” ma di
sostanza. (tradotto: poche cose da visitare ma fatte bene, molto tempo libero
per stare insieme)
Si
prega di dare conferma al più presto per prenotazione!!!!!
mercoledì 30 novembre 2011
Specchio delle mie brame
Alcune riflessioni dell'incontro di martedì 29 novembre...
Viene il giorno che ti guardi allo specchio e
sei diverso da come ti aspettavi. Sì, perché lo specchio è la forma più crudele di verità.
Non appari come sei veramente. Vorresti che la tua immagine corrispondesse a
chi sei dentro e gli altri, vedendoti, potessero riconoscere subito se sei uno
sincero, generoso, simpatico... invece ci vogliono sempre le parole o i fatti.
E' necessario dimostrare chi sei. Sarebbe bello doversi limitare a mostrarlo.
Sarebbe tutto più semplice. Mi faccio un bel fisico palestrato, un piercing, un
tatuaggio di un leone sul bicipite (che non ho) … non lo so, ci devo pensare.
Però sono tutte cose che appena le guardi capisci chi hai davanti. Erika-con-la-kappa ha il piercing al naso e lo
capisci che è una aperta, una con cui puoi parlare. Susy ha un tatuaggio sotto
l’ombelico, che converge proprio lì. Anche in quel caso capisci con chi hai a
che fare. È una specie di segnaletica di una che te la vuole dare. Insomma:
devo rendermi più evidente, così gli altri mi vedranno di più. Sono stufo di
essere anonimo.
Beatrice
non ne ha bisogno, lei ha i capelli rossi e gli occhi verdi. Bastano quelli a
raccontare quanto sa amare e quanto è pura: rossa come la stella più luminosa,
candida come la sabbia più hawaiana che esista.
Da "Bianca come il latte, rossa come il sangue" Alessandro D'avenia
·
Osservate
lo specchio che avete compilato: prevalgono le caratteristiche positive o
negative? Perché? Fisiche o interiori? Perché? Cosa è più facile individuare?
Se prevalgono le negative , perché? Forse vuol dire che siete molto severe con
voi stessi e forse non vi accettate abbastanza. È giusto questo? Parola chiave: GRATUITA’ . Dio ci ama
gratuitamente e per come siamo, nella nostra unicità. Anche noi siamo chiamati
ad amare noi stessi (corpo e interiorità) con gratuità, cioè accettando tutta
la nostra persona, anche se vorremmo fosse diversa, anche se ci piacerebbe
avere qualcosa che ha il nostro amico. Noi siamo fatti così è siamo belli per
questo! Non dobbiamo nasconderci agli altri! Non siamo anonimi!
·
Come
tratto il mio corpo? C’è qualcosa che non mi piace e che vorrei cambiare? Se mi
accetto, vuol anche dire che sono disposto a prendermi cura del mio corpo e di
me stesso. Parola chiave: FECONDITA’, nel senso appunto di prendersi cura. Il
cibo, il piercing, un tatuaggio, come entrano in quest’ottica? Prendersi cura
non vuol dire avere ossessione del proprio corpo, della bellezza a tutti i
costi, del mostrarsi, nel vestirsi in un certo modo solo per dimostrare di
essere qualcuno o perché costretto ad aderire a certe idee, schemi mentali o
pseudo politici. Questa è schiavitù! L’ossessione rende schiavi, prendersi cura
rende liberi. È fecondo appunto perché genera amore, in quanto persona pronta a
donarsi.
·
Se
guardate lo specchio ci sono degli aspetti di voi che non vi piacciono o che
ritenete come negativi: come vi rapportate con questi? Soffrite per questo?
Avete paura di dirveli e di mostrarli agli altri? Vi arrabbiate con voi stessi
oppure sapete usare MISERICORDIA verso voi stessi? Essere misericordioso vuol
dire avere carità nei propri confronti, saper riconoscere i propri difetti e
imparare a conviverci per trasformarli in punti di forza, sapersi perdonare
quando qualcosa non va oppure si sbaglia. Dio usa misericordia con noi, perché
anche noi a volte non possiamo averne anche verso noi stessi?
Dio ci ama
gratuitamente, si prende cura di noi e ci perdona: noi siamo chiamati ad amarlo
e ad amare i nostri fratelli. Un primo passo per questo è amare se stessi, non
in modo egoistico, ossessivo, ma con gratuità, fecondità e misericordia.
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